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Il post-cast: un proiettile d’argento di nome cashback

Ha suscitato levate di scudi e sdegno tra politici e cosiddetti opinionisti la decisione di Mario Draghi di sospendere per sei mesi il cashback deciso dalla maggioranza giallorossa del governo Conte 2. “Il governo sospende la misura che ci stava facendo battere l’evasione fiscale!”, è il proclama più gettonato. In realtà, come per tutti i proiettili d’argento, questo è un wishful thinking su correlazioni univariate, una specialità del nostro dibattito pubblico.

Quello che è evidente è che il governo precedente non ha svolto alcuna analisi ex ante e di impatto del provvedimento, che sarebbe stata malagevole ma che andava comunque svolta. Già la Corte dei Conti, settimane addietro (Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, punto 28, pagg. XIV-XV) aveva evidenziato le criticità e indeterminatezza del sussidio, suggerendo alcuni correttivi di puro buonsenso:

Un cashback per nulla mirato

Preferibile sembrerebbe, per la diffusione dei fenomeni evasivi, una soluzione che valga a privilegiare i pagamenti effettuati verso operatori medio piccoli prevedendo un incentivo differenziato tra grande distribuzione e piccoli operatori.

Se le carte vengono usate in esercizi commerciali che le tasse le pagano, ecco che -sorpresa, sorpresa- si buttano dalla finestra soldi dei contribuenti. Meglio sarebbe stato identificare soggetti a rischio evasione, per dimensione dei ricavi, e concentrare su quelli la premialità per acquisti con carta. Ovviamente questa sarebbe condizione necessaria ma non sufficiente, persino in presenza di obbligo di uso del POS, che diventa una grida manzoniana se esercente e consumatore colludono sul nero.

E ancora: il numero minimo di operazioni nel semestre è troppo basso per incentivare il pagamento elettronico. Raggiunta la soglia di operazioni che dà diritto al massimo rimborso, viene meno l’utilità di usare la carta oltre quel punto.

Se efficacia ed efficienza del cashback non appaiono destinate a finire nei libri di storia, la Corte dei Conti ha poi scoperto che l’altra misura di presunta incentivazione dei pagamenti elettronici, la lotteria degli scontrini, è invece un flop conclamato:

L’adesione alla lotteria degli scontrini è risultata al momento alquanto limitata e settoriale.
Soltanto il 23 per cento degli esercenti tenuti alla trasmissione telematica dei corrispettivi ha finora aderito all’iniziativa, trasmettendo almeno una operazione. La gran parte risulta
concentrata nella grande distribuzione: le sole operazioni presso i supermercati assorbono il 54,4 per cento del totale; nella fascia superiore a 500 mila euro si concentra il 43 per cento del totale. Alquanto modesto risulta l’apporto delle fasce fino a 50 mila euro, pari al 6 per cento, e da 50 mila a 100 mila, pari allo 0,9 per cento.

Il flop conclamato della lotteria degli scontrini

Stesso problema del cashback: uso prevalente nella Gdo, che non mi pare rappresenti una sorgente di evasione. A cui si aggiunge un tasso di adozione semplicemente ridicolo, anche a causa della macchinosità della procedura:

Quanto alla distribuzione territoriale degli esercenti che hanno trasmesso operazioni, a fronte di una discreta affermazione della lotteria in regioni come la Lombardia, l’Emilia-Romagna e le Marche, altre regioni, come la Campania, la Sardegna e la Valle d’Aosta si caratterizzano per un risultato del tutto insoddisfacente, sintomo di un sostanziale rifiuto dell’iniziativa.
In conclusione, dai dati finora disponibili emerge lo scarso successo della lotteria. In sostanza la risposta, relativamente positiva, è venuta unicamente dalle imprese di maggiori dimensioni.

Altro fallimento causato da disegno degli incentivi semplicemente cervellotico, quindi. C’è poi da valutare l’impatto della terza misura di supporto all’utilizzo delle carte: il credito d’imposta sulle commissioni (bonus POS), di cui beneficiano gli esercenti. Che, proprio pochi giorni addietro, il legislatore ha portato al 100%, dall’attuale 30%, per un anno a partire dal primo luglio.

Ebbene, quel credito d’imposta, almeno nella versione originaria, non stava funzionando, come rileva sempre la Corte dei Conti:

Nel periodo settembre/dicembre 2020, i crediti compensati ammontano complessivamente a 1,07 milioni, con un numero alquanto limitato di soggetti che hanno utilizzato il credito. Nel periodo gennaio/aprile 2021 i crediti crescono a 2,24 milioni, con un crescente ma pur sempre limitato numero di soggetti che hanno utilizzato il credito.

“Facciamo come il Portogallo!”

Altro flop, si direbbe. Come sia possibile, date queste premesse, andare in giro a dire che queste misure “stavano combattendo l’evasione”, resta un mistero. L’importante è, da noi, trovare improbabili modelli esteri, al grido “facciamo come”. Su cashback e lotteria degli scontrini, il modello per gli italiani si chiama Portogallo.

Che pare effettivamente aver ridotto il tax gap Iva in coincidenza con l’introduzione della loro Fatura da sorte (lotteria degli scontrini) e cashback. Ma correlazione non è causalità, come noto. Basta una modifica su scadenze e modalità di adempimento, e molto cambia.

Interessante tuttavia notare che il Portogallo ha introdotto il cashback dopo aver aumentato l’Iva. Che poi era l’idea della maggioranza giallorossa del governo Conte 2: aumentare l’aliquota del 22% e/o “rimodulare”, spostando beni e servizi da aliquota agevolata a ordinaria. L’idea del governo Conte 2 era quella di precostituirsi un tesoretto mediante aumento Iva, destinandone una parte alla riffa di stato e al cashback.

Quando questa ipotesi sfumò, il governo Conte 2 decise di spendere quei 5 miliardi a deficit, spalmati in due anni, in un provvedimento sghembo come pochi, per i motivi spiegati sopra, primo fra tutti la scarsa mira su esercizi commerciali a maggior rischio di evasione. E che dire della presunta “regressività” del cashback nella forma attuale, come indicato da Draghi o meglio dalle “fonti di Palazzo Chigi”?

Un inciso: qui ho scoperto una piccola “chicca”. E cioè che le “fonti” di Palazzo Chigi, che giorni addietro hanno spiegato in via ufficiosa le motivazioni alla base della sospensione del cashback, hanno attinto a piene mani da un articolo, scritto dall’economista Enrico D’Elia e pubblicato lo scorso 11 dicembre sul sito de lavoce.info, intitolato “Cashback per pochi“. Numeri e stime economiche inclusi. Confrontare per credere.

Le fonti delle fonti di Palazzo Chigi

E quindi la critica di regressività, da dove deriva? Da un passaggio di quell’articolo, soprattutto:

Se tutte le famiglie ottenessero il massimo bonus compatibile con le loro abitudini e capacità di spesa, l’indice di disuguaglianza di Gini calcolato sul campione della Banca d’Italia salirebbe dal 35,21 al 35,43 per cento.

Tra i suggerimenti correttivi contenuti in quell’articolo ce n’è uno che rintocca con quelli della Corte dei Conti:

Considerando il margine tra la spesa attuale con carte e il plafond (o i consumi totali, se inferiori), si può calcolare che l’incentivo potrebbe agire al massimo sul 4,2 per cento delle spese delle famiglie (esclusi gli “affitti imputati”, che non comportano transazioni). Sarebbe bastato fissare il plafond a 6 mila euro e la percentuale di cashback al 5 per cento per renderlo appetibile per il 40 per cento delle famiglie, incidendo potenzialmente sul 10 per cento dei consumi, senza oneri aggiuntivi per il bilancio pubblico e ottenendo anche una lievissima riduzione della disuguaglianza rispetto alla soluzione attuale.

Quindi no, il cashback non stava dando una mano nella lotta all’evasione. Era concepito male e attuato peggio. Se mai tornerà a vedere la luce, abbiamo sin d’ora alcuni robusti correttivi prontamente applicabili, per renderlo più efficace ed efficiente. E no, il cashback non era una forma di stimolo ai consumi. Questo paese morirà di proiettili d’argento fusi nell’ignoranza. Ma questa continua a non essere una notizia. Buon ascolto.

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