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Concorsone per il Sud: un fallimento sprint

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Il clamoroso flop del “concorsone per il Sud”, la procedura di reclutamento per 2.800 esperti da assumere nelle amministrazioni del Mezzogiorno che avrebbe dovuto fare da apripista alla rivoluzione nei concorsi operata dal Governo mette per l’ennesima volta in luce i vecchi vizi dai quali sono afflitte le “riforme”.

Come sempre, esse sono precedute da tonitruanti annunci, inneggianti sempre alla modernità, al modello vincente capace di dare la scossa e “cambiare passo” e magari meritevole di essere copiato anche all’estero (ricorda l’Italicum?). Poi, le riforme sono scritte con norme frettolose, confuse, laconiche, che un po’ derogano ad altre vigenti, un po’ si intersecano con queste in incomprensibili mosaici giuridici.

Soprattutto, la parte più importante, la concreta attuazione, si rivela ancor più complicata della norma. Dall’apnea dell’alta quota dei toni trionfalistici in sede di annuncio, si tocca con mano il terreno: e lo si fa per parare il mento dalla brutta caduta.

Che qualcosa non andasse nella riforma dei concorsi, questi pixel lo hanno osservato tra i primi. Non destano, dunque, alcuna meraviglia i deludentissimi risultati del “concorso per il Sud”.

Tutti dentro per fare numero

I giornali forniscono gli esiti: 102.155 candidati, riammessi tutti rocambolescamente dopo un’iniziale falcidia, nella speranza di coprire i posti messi a bando; 37.009 presentati alle prove, con un tasso di affluenza del 36,2%. E tassi di copertura dei fabbisogni assolutamente insufficienti, come appena il 21,4% per l’Esperto in gestione, rendicontazione e controllo l’ancor più misero 11,82% del posto di Funzionario esperto tecnico.

Unica consolazione: si è gestito il concorso, come previsto, in circa 100 giorni. Ma, la saggezza popolare sul connubio impossibile di presto e bene non è stata, sciaguratamente, tenuta in considerazione e la ricerca della velocità ad ogni costo ha dato vita ad un pastrocchio.

Aggravato, oltre tutto, da un ricorso al Tar presentato dai candidati ammessi inizialmente, che si dolgono per la decisione successiva di ammettere quelli che erano stati esclusi per carenza di titoli: un allargamento dovuto all’esiguità degli ammessi iniziali e alla speranza di poter coprire i posti messi a bando.

Un mega flop che dovrebbe essere da monito a tutti i politici componenti degli organi di governo a qualsiasi livello, eccessivamente abituati a strepitare contro la burocrazia e a pretendere quella velocità che le regole normative ed organizzative, mal impostate perché troppo spesso ideate e studiate da chi non ha alcuna esperienza sul campo, non consentono. A meno di azioni velleitarie, che sull’altare della velocità e della lotta, solo presunta, alla burocrazia, sacrificano logica ed efficienza, con l’officio dei giudici amministrativi e contabili.

Sembra quasi, però, che il fallimento della prova voglia essere nascosto dalla consolatoria e molto diffusa (nella stampa) opinione che esso sia dovuto al fatto che la Pubblica Amministrazione risulterebbe “poco attrattiva” per i “talenti”.

Riforma velleitaria

Stanno proprio così, le cose? Cioè, il concorsone è andato in malora per il destino cinico e baro della poca attrattività della PA? Oppure, invece, perché mal congegnato, come l’intera riforma messa in atto in questi mesi?

Il mega concorso presenta in sé tutti, ma proprio tutti, i vizi del velleitarismo della riforma. Della fretta e la pazza corsa senza freni s’è detto. Ma l’elenco è lungo.

C’è il vizio dell’accentramento della prova. L’idea del concorsone nazionale è da sempre accarezzata, ma è sempre destinata a fallire. Certo, le tecnologie di oggi consentono molto più agevolmente che in passato gestire concorsi centralizzati. Però, c’è un però: quando si organizza un concorso per coprire posti logisticamente collocati dalla Campania alla Sicilia, dalla Calabria alla Puglia, lasciando la destinazione della sede alla casualità della collocazione in graduatoria, il rischio fortissimo è la desistenza iniziale del candidato non troppo disposto a spostarsi nel territorio, ma, soprattutto, la rinuncia al momento dell’assunzione.

Il candidato residente in Puglia difficilmente avrà voglia di spostarsi a lavorare in Sicilia. Anche perché il nostro Paese, purtroppo, non brilla né per efficienza ed accessibilità dei trasporti pubblici (che nel Meridione sono un totale disastro), né per politiche abitative.

In secondo luogo, la stessa opportunità di lavoro messa a concorso risulta oggettivamente poco attrattiva, ma in assoluto, non perché proveniente dalla PA. Si è trattato, infatti, di contratti di lavoro a tempo determinato. Se c’è un tratto caratterizzante del lavoro pubblico è il suo crisma generale di lavoro a tempo indeterminato. Organizzare un mega concorso per offrire, dovendosi sottoporre a prove selettive e rendersi disponibili a trasferimenti di residenza anche molto ampli, un tempo determinato, come qualsiasi azienda privata, non pare oggettivamente una grande idea.

Talenti giovani ma non troppo

Terzo difetto: non si è trattato per nulla di un concorso rivolto ai “giovani talenti”. Né poteva. L’impostazione data, mutuata dall’articolo 10 del d.l. 44/2021, è stata quella di valorizzare al massimo l’esperienza lavorativa già acquisita ed i titoli di particolare rilievo, come dottorati, masters, iscrizione ad ordini.

Ma, per un verso, è evidente l’impossibilità per un giovane neolaureato di possedere quei titoli ed esperienza. Per altro verso, gli “esperti” che si pensa di poter reclutare dal mercato, già pronti a sedersi alla scrivania ed operare come scafati travet pubblici semplicemente non esistono, tali e tante sono le peculiarità dell’agire nella PA.

Per altro verso, ancora, esperti e professionisti così titolati molto probabilmente hanno età ben superiori ai 30 anni e magari lavorano già nel privato, a tempo determinato o indeterminato: non pare siano molte le ragioni per cambiare lavoro, se non v’è un vantaggio connesso alla stabilità del contratto e alla logistica.

Ancora: l’assunzione prevede l’inquadramento dei neoassunti in una categoria equivalente a quella dei dipendenti del comparto Funzioni Centrali, Area III, posizione economica F1. Sì, Titolare, ha ragione, traduco: in poche parole, uno stipendio pari a 24.149,43 euro lordi annui, tredicesima compresa, cioè qualcosa come 1450 euro netti mensili, ai quali aggiungere gli straordinari e i premi per incentivi, che negli enti locali sono contenuti in una media lorda di poco più di 1000 euro annui.

Insomma, con gli stipendi non si sciala, specie se si considera che l’offerta di assunzione riguarda “esperti”.

Offerta non competitiva coi privati

Infatti, lo spiega qui un candidato: un analista informatico esperto, nel privato guadagna almeno 2000 euro netti al mese.

Si sta scoprendo, Titolare, che, contrariamente alla vulgata, gli stipendi pubblici non sono affatto così principeschi come li si descrive. Meno che mai possono esserlo se il reclutamento mira all’assunzione di persone non proprio giovanissime, esperte, con tanti titoli ed esperienze lavorative in corso o comunque svolte ormai in ruoli non da novizi.

Invece di abbarbicarsi alla giustificazione della scarsa attrattività della PA, meglio sarebbe prendere atto che i concorsi veloci (nel caso di specie, il tutto si è ridotto alla valutazione dei titoli e a 40 domande alle quali rispondere in un’ora: più che concorso veloce, questo è un non-concorso) così come immaginati, semplicemente non possono funzionare. Non reclutano in modo adeguato.

Non basta una semplice correzione del tiro: un buon bagno di realismo ed umiltà consiglierebbe di rivedere tutto.

La proposta per i concorsi pubblici

Questi pixel a suo tempo hanno fatto una proposta per accelerare i concorsi. Il recente d.l. 80/2021, nel regolare le assunzioni finalizzate ai progetti di attuazione del Pnrr, per acquisire “alte specializzazioni” ha aperto la strada, in effetti, per una procedura di “accreditamento” dei candidati ai concorsi, finalizzata alla creazione di una graduatoria nazionale, organizzata per profili lavorativi e ripartizioni territoriali, alla quale le PA debbono attingere nel rispetto dell’ordine (si veda l’articolo 1, commi 5, 6, 9 e 10).

Un tale sistema, purché esteso a tutte le assunzioni potrebbe davvero unire velocità e selezione per merito. Specie se si riveli realmente capace di valorizzare tutte le opportunità di studio, formazione, crescita professionale ed esperienze, in modo da permettere a chi intenda lavorare nella PA di “scalare” nel tempo la graduatoria e vedere aumentare le proprie chance di ingresso, connesse alla formazione permanente.

Se, invece, si insisterà ancora su modalità come quelle utilizzate nel concorso per il Sud, ancora una volta la semplificazione si risolverà in complicazione, mentre l’abbreviazione dei tempi sarà solo utile ad accorciare l’attesa verso il flop ed il ricorso ai Tar.

L’unico commento che mi viene, di fronte a questo rapidissimo fallimento, è che nella P.A. c’è un numero senza precedenti di posti che si stanno liberando, per motivi fisiologici (pensione). Occasione irripetibile per ridisegnare tutto. Se riusciremo a fallire questo passaggio chiave per fare della pubblica amministrazione il motore di sostegno della ripresa e del cambio di paradigma, saremo in guai enormi. La proposta di Luigi di costruire graduatorie “vive e viventi”, merita di essere presa in seria considerazione dalla politica. Di certo, se i “nuovi” concorsi vengono disegnati come se loro obiettivo prioritario fosse quello di realizzare un eclatante mismatch tra profili professionali e candidati, c’è poco da stare allegri. (MS)

Foto di Yinan Chen da Pixabay

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