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L’inflazione verde complica il cambiamento

Mentre si inizia a prendere coscienza che la transizione ecologica, come ogni transizione, non sarà esente da costi e sconfitti, appare al contempo sempre più evidente che la crescita della domanda “green” spinge anche processi produttivi assai “brown”, che tuttavia sono sottoposti a crescenti vincoli, sempre di tipo ambientale. Il risultato è un crescente pressione inflazionistica che qualcuno inizia già a chiamare greenflation.

Ne parla, nel suo editoriale settimanale sul Financial Times, il global strategist di Morgan Stanley Investment Management, Ruchir Sharma. Gli incentivi pubblici e le normative spingono la domanda di materiali necessari alle nuove tecnologie ma altre regolazioni pubbliche limitano l’investimento nelle strutture che quei materiali producono: miniere, fonderie e altri impianti ad alta impronta di carbonio.

Il risultato di aumento di domanda e ostacoli all’offerta è, appunto, l'”inflazione verde”, che spinge in forte rialzo i prezzi di metalli e minerali quali rame, alluminio e litio, che sono componenti fondamentali delle tecnologie delle rinnovabili (eolico, solare, auto elettriche ecc.)

Domanda in crescita, offerta ostacolata

C’è una forte domanda di rame, nel mondo, che si scontra con vincoli di natura ambientale e sociale, quelli che si possono sintetizzare nella triade ESG (Environmental, Social, Governance), che al momento sta dominando, anche a livello di marketing, l’industria degli investimenti finanziari.

Nel commento si cita il caso di una miniera di rame in Alaska, che gli ambientalisti sono riusciti a bloccare sulla base di timori per l’impatto che avrebbe avuto su comunità locali e salmoni. Anche nei due paesi sudamericani leader mondiali nella produzione di rame, Cile e Perù (entrambi ne coprono circa il 40%), le preoccupazioni ambientali stanno ostacolando lo sviluppo dell’attività estrattiva, con forte allungamento dei tempi di sviluppo dei progetti minerari, da cinque a dieci anni in media.

In Cile, dove le tensioni sociali dell’ultimo periodo hanno portato all’insediamento di una assemblea costituente, peraltro con bassa rappresentanza dei partiti tradizionali, che dovrà liberarsi dell’eredità economica di Augusto Pinochet, nelle settimane scorse la camera bassa del parlamento ha approvato un disegno di legge che prevede un’imposta progressiva sui ricavi delle aziende minerarie, basata sul prezzo del rame.

Secondo le agenzie di rating, tale struttura di imposizione potrebbe portare a un prelievo superiore al 70% dell’utile ante imposte quando il prezzo del rame è prossimo agli attuali 4,5 dollari per libbra. Al netto della spinta alla concentrazione del settore, con i produttori marginali che finirebbero col soccombere, l’esito prevedibile sarebbe comunque quello di restrizioni di offerta, e quindi pressioni sui prezzi.

La Cina taglia la produzione

La Cina, da sempre grande produttore di minerali e metalli, è impegnata in restrizioni all’export di acciaio e alla produzione di alluminio (quasi il 60% di quella mondiale), sia per tagliare capacità produttiva che, soprattutto, per avviare il processo di riduzione della carbon footprint.

La tensione è evidente: eolico e solare utilizzano sino a sei volte più rame rispetto alla generazione elettrica tradizionale, per il maggior cablaggio dei primi. L’alluminio è uno dei metalli più sporchi da produrre (a meno di disporre di abbondante energia geotermica e idroelettrica) ma è anche tra i più usati nel solare e in altri progetti “verdi”.

Ovviamente, il quadro non resta statico, al mutare dei prezzi dei fattori produttivi: al crescere dei prezzi in modo non transitorio si introducono nuove tecnologie che aumentano i rendimenti, ad esempio. Ma è innegabile che si produca anche distruzione della domanda e, se la stessa viene resta anelastica per effetto di obblighi di legge, si creano problemi economici e tensioni sociali.

Quindi, ribadiamo l’ovvio: la transizione ecologica non è e non sarà un pranzo di gala.

UC Rusal Photo Gallery, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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