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Cina, giunse l’ora della redistribuzione

Il leader cinese, Xi Jinping, ha avvisato i ricchi che è tempo di redistribuzione. Che, detto in un paese governato da un monopartito che si definisce “comunista”, è notizia non da poco. Ma questo è il frutto della corsa all’enrichissez-vous che è stata attivamente promossa dai vertici del partito dai tempi di Deng Xiao Ping e che l’avvento delle piattaforme tech ha accentuato, assieme alla diseguaglianza. A ciò va sommata la persistente carenza di spesa pubblica per welfare, che resta uno dei maggiori problemi del modello di sviluppo cinese, e che verrà forse finalmente affrontato.

Che in Cina esista un problema non lieve di diseguaglianza di reddito è un fatto, certificato dalle stesse autorità di Pechino. Nel 2020, il 20% dei cittadini cinesi più agiati aveva un reddito medio disponibile di oltre 80.000 yuan, pari a circa 12.000 dollari, cioè 10,2 volte più del 20% più povero. Negli Stati Uniti, questa grandezza è pari a 8,4 volte mentre in Europa occidentale è vicina 5 per Francia e Germania, secondo dati Ocse.

Cina diseguale come il Messico

La diseguaglianza reddituale pone la Cina prossima a paesi come il Messico, che ha un valore di 10,4 volte. Per questo motivo, Xi ha deciso che occorre intervenire. Ieri, durante la riunione del Comitato Centrale per gli affari economici e finanziari, è stato deciso, secondo un resoconto ufficioso comparso sul sito dell’agenzia statale Xinhua, di

Rafforzare la regolamentazione e la correzione dei redditi elevati, proteggere il reddito legale, correggere ragionevolmente il reddito eccessivo e incoraggiare i gruppi sociale ad alto reddito e le imprese a restituire di più alla società

Si è anche ribadita l’esigenza di irrobustire quella che da noi si chiamerebbe “classe media”, entità mitologica e largamente indeterminata. Al contempo, tuttavia, si è mantenuta l’impostazione originaria di Deng, cioè consentire che le persone possano arricchirsi, aggiungendo che sarà creato un contesto in cui più persone potranno puntare a questo obiettivo. Una sorta di livellamento ma verso l’alto, in pratica. Che, se riuscisse, sarebbe assai poco in linea con la tradizione comunista.

Negli ultimi mesi, il regime ha preso di mira le grandi società tecnologiche, in quella che è parsa in origine la riaffermazione del primato dello stato nella acquisizione e gestione dei dati personali della popolazione. Dopo questa prima fase, si è osservata un’impennata di attività filantropiche da parte dei miliardari.

Un paradiso fiscale

Poi è giunta la regolazione delle società che curano il tutoring scolastico, portate allo stato di no-profit con un tratto di penna, nel tentativo di ridurre il forte stress psicologico e finanziario a carico delle famiglie che ambiscono a preparare i propri figli a superare l’esame di ammissione alle più prestigiose università cinesi, e che si ritiene sia concausa del basso tasso di natalità del paese, la cui popolazione ha iniziato a decrescere.

A questo punto, quindi, per la Cina si impone un aumento di spesa sociale e il conseguente reperimento delle relative coperture, il cui ruolo è anche quello di ridurre le diseguaglianze. In questo obiettivo, verosimile attendersi forme non esattamente subliminali di moral suasion per disincentivare i comportamenti pubblici più ostentati da parte dei ricchi.

E qui è utile sapere che la Cina non ha un’imposta di successione e neppure una tassazione immobiliare sui privati: le imposte si pagano solo sugli immobili commerciali e le autorità reperiscono entrate dalla cessione di terreni agli sviluppatori immobiliari. Da una decina di anni a Shanghai è stato avviato un esperimento di tassazione delle abitazioni private, ma solo per le seconde case e gli immobili di lusso, con aliquote dello 0,4-0,6% del valore dell’ultima compravendita.

In caso di tassazione degli immobili residenziali, servirà equilibrio per evitare di trovarsi con una rivolta popolare e mettere nei guai le banche. In Cina la proprietà immobiliare è, come in Italia in tempi passati ma non troppo, una sorta di mania nazionale, sia come strumento di investimento che come protezione del potere d’acquisto.

Zona di prosperità comune

Tornando ai progetti odierni, è stata identificata una nuova zona pilota, quella dove ha sede la holding di Alibaba e che ha una robusta presenza del settore privato. Qui le autorità locali hanno stabilito l’obiettivo di aumentare il reddito pro-capite di ben il 45% in cinque anni, e di portare i salari a rappresentare oltre il 50% del Pil.

Quest’area, suggestivamente ribattezzata “zona dimostrativa di prosperità comune“, sarà il laboratorio per un differente modello di sviluppo del paese, da raggiungere anche attraverso l’adozione di forme di contrattazione collettiva salariale per i lavoratori. Anche qui: non male come conquista, nel paese del monopartito comunista. Previste anche tutele per rider e lavoratori della gig economy.

Che ci dice, tutto ciò? Che sinora la Cina è stato un gigantesco laboratorio di liberismo economico di cui ora il regime ha deciso di correggere gli estremi, quelli che rischiano di metterne in pericolo la sopravvivenza. Hai visto mai che un giorno i cinesi si dichiarino a maggioranza stanchi di questo partito comunista e ne vogliano uno vero?

Parlando de minimis, un commosso pensiero a quanti da noi ancora sospirano, da sinistra, per i grandi traguardi raggiunti da uno dei paesi più diseguali al mondo. In attesa di sentire quelli che, dopo aver letto queste notizie, inizieranno a intonare la canzoncina “facciamo come la Cina!”

Foto di moerschy da Pixabay

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