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L’ottimismo delle banche centrali sull’inflazione è fortemente esagerato

di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

Mentre le banche centrali perseverano a sostenere che il rialzo dei prezzi è conseguenza transitoria delle riaperture post pandemia, senza tuttavia precisare cosa intendano con “transitorio”, iniziano a emergere perplessità e criticità rispetto a questa visione ottimistica. 

La Federal Reserve di Jay Powell per ora ha preso tempo in modo rassicurante. Entro fine anno partirà il cosiddetto tapering, la progressiva riduzione di acquisti di titoli di stato e obbligazioni ipotecarie da parte della banca centrale, ma si esclude il rialzo a breve dei tassi ufficiali. Ai mercati l’equilibrismo è piaciuto, e non si sono registrati scossoni né sull’obbligazionario né sull’azionario. 

Inflazione in Eurozona

In Eurozona, agosto ha portato l’inflazione al 3%, massimo da novembre 2011, dal 2,2% di luglio. Tra le cause c’è il rialzo dei prezzi dell’energia, l’effetto confronto con lo scorso anno, quando in Germania vigeva un taglio temporaneo di emergenza delle aliquote Iva, ed effetti minori come la ritardata stagione dei saldi in Italia e Francia del 2020.

Se molte di queste componenti possono certamente essere considerate transitorie, lo stesso non può dirsi per la persistenza di colli di bottiglia nelle filiere di produzione, come la carenza di semiconduttori, che sta colpendo soprattutto il settore auto, ma anche il mismatch tra aperture di posizioni di ricerca da parte delle imprese e l’effettiva offerta dei lavoratori. 

Gli indici dei direttori acquisti segnalano una crescente ed elevata divaricazione tra il livello degli ordini e quello della produzione, con ritardi da parte dei fornitori e pressioni sui prezzi alla produzione. 

Nel frattempo, in Germania cresce l’irritazione per l’aumento dei prezzi, che porta a moltiplicare le richieste che la Bce cessi gli acquisti del periodo pandemico e magari anche quelli ordinari, a essi preesistenti. 

Shock di offerta

Emerge la contraddizione tra una politica monetaria fortemente espansiva, che ha deciso di assumere un ruolo quasi fiscale e “sociale”, concorrendo a riassorbire la disoccupazione, e una realtà fatta di shock di offerta, contro i quali la politica monetaria è per definizione disarmata o più propriamente inflazionistica. 

A che serve, infatti, tenere i tassi a zero o negativi se mancano componenti, materie prime, semilavorati e lavoratori? Ogni ulteriore stimolo si scarica in bolle finanziarie che diventano reali, come testimonia la tendenza globale dei prezzi degli immobili, in crescita a doppia cifra quasi ovunque e che allontana le famiglie dalla possibilità di acquistare casa o comprarne una di migliore qualità e dimensione.

La spinta della politica monetaria accresce le diseguaglianze tra chi ha una base patrimoniale e chi non ce l’ha. Con buona pace della “vocazione sociale” dei banchieri centrali. Tassi bassi stimolano il ricorso al debito, a livello pubblico e privato, e spingono le quotazioni azionarie. Ogni ipotesi di normalizzazione monetaria, in tali condizioni, rischia di causare scossoni sui mercati che finirebbero a colpire l’economia reale. 

Vi è poi, come detto, il fenomeno della difficile reperibilità di alcune figure professionali, le cui determinanti devono essere ancora pienamente indagate e che appaiono globali e non riconducibili alla specificità dei paesi. I camionisti, ad esempio, mancano un po’ ovunque, non solo in Regno Unito in conseguenza della Brexit o in Italia “perché non sono pagati abbastanza” né a causa o concausa del reddito di cittadinanza, come invece sbrigativamente “analizzano” alcuni nostri politici. 

“Pagateli di più”

Quali che siano le determinanti effettive di questo disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, è altamente improbabile che esso possa risolversi con quello che è diventato un mantra della politica, non solo da noi: “pagateli di più”. 

In primo luogo, perché nel breve termine ciò non porta a un aumento di offerta di certi profili professionali ma all’aumento dei costi di produzione, diretti e indiretti, traslati in misura variabile sui consumatori, distruggendo la domanda, e a tagli di occupazione per volontà delle imprese di tutelare il proprio equilibrio economico. 

L’inflazione porta a un’erosione del potere d’acquisto e alla spirale prezzi-salari, quando i lavoratori smettono di credere che sia temporanea

Usare stimoli monetari e fiscali, che per definizione agiscono sulla domanda, quando il problema è diventato l’offerta, pare strategia destinata a causare più di un’emicrania ai politici e alla loro ricerca di scorciatoie e slogan. 

(pubblicato il 2 settembre 2021)

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