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Spesa pubblica corrente, problema italiano

La Commissione europea, nel quadro della revisione annuale dei piani di bilancio, ha ammonito l’Italia a frenare la spesa pubblica corrente e perseguire nel 2022 una politica fiscale “prudente”. In particolare, “la Commissione invita l’Italia ad adottare le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio nazionale per limitare la crescita della spesa corrente finanziata a livello nazionale”. Con un debito del 155,6% del Pil, il focus si sposta sulla sostenibilità dei conti pubblici. Si tratta di un atto dovuto ma fors’anche di un’utile campanella di preavviso a tornare alla realtà.

Come noto, per il prossimo triennio il governo di Mario Draghi ha scelto una impostazione di bilancio espansiva, con buona pace di quanti sono riusciti a vedere una stretta fiscale a partire dal prossimo anno per il solo fatto che il rapporto deficit-Pil è previsto in calo.

Spesa corrente in forte crescita nel 2022

La spesa corrente finanziata a livello nazionale in Italia avrebbe nel 2022 un impatto dell’1,5% del Pil sulla posizione fiscale sottostante. Uno scostamento significativo. Oltre all’Italia, l’ammonimento riguarda altri paesi ad alto debito che alzeranno la spesa corrente più dei tassi di crescita potenziale, “suggerendo un peso crescente delle spese correnti permanenti o di tagli d’imposta non finanziati”.

La Commissione non è la sola ad essersi accorta della rilevante espansione di spesa corrente italiana. Ieri si è tenuta l’audizione dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) sul disegno di legge di bilancio 2022. Nella relazione si può leggere, tra le altre cose:

Quanto all’impostazione espansiva della manovra, questa è ascrivibile in misura
preponderante a un notevole incremento delle spese (compreso tra l’1 e l’1,4 per cento
del PIL), in particolare di quelle correnti (pari allo 0,8-1 per cento del PIL), alcune delle
quali compensano in parte il venir meno dei sostegni per fronteggiare la pandemia.

Mi pare scritto in modo del tutto comprensibile: nel deficit del prossimo anno c’è un trascinamento di misure pandemiche, una sorta di “svezzamento” per non passare subito a zero con i sostegni. Ma serve attenzione, vista la tendenza della spesa corrente a mettere radici.

Più investimenti, più spesa corrente

La relazione del presidente di UPB, Giuseppe Pisauro, evidenzia alcune zone d’ombra prospettiche. In primo luogo, l’aumento di spesa corrente che sarà indotto dagli investimenti del PNRR. Questo è un aspetto che tende a sfuggire, anche -o soprattutto- alla politica. Ma ogni investimento porta con sé una componente aggiuntiva di spesa corrente.

Motivo di più per fare in modo che le spese in conto capitale producano rendimenti sostenibili di lungo termine, altrimenti saranno guai veri. Si tratta dell’altra faccia della medaglia di “tirare” tutto l’importo del Recovery Fund, tra sovvenzioni e prestiti, partendo da livelli di indebitamento già molto elevati. Il rischio è la sostenibilità del debito.

Ecco la frase, ad ampio giro, usata nella relazione di UPB:

Infine, sono da evidenziare le disposizioni connesse con l’attuazione del PNRR o ad esso
complementari. Vengono disposti provvedimenti in linea con gli obiettivi trasversali del
PNRR, sono finanziate misure infrastrutturali escluse dal PNRR, vengono prospettati
finanziamenti di norme indirizzate a dare continuità al PNRR stesso dopo il 2026, sono
presenti disposizioni, di aumento della spesa corrente, atte a finanziare oneri di
funzionamento, con elevati oneri a regime a partire dal 2027
, quando dovrebbero essere ormai realizzate le infrastrutture previste dal PNRR.

Ecco quindi perché, secondo l’UPB,

[…] sarebbe utile una rappresentazione più chiara del profilo temporale del
quadro di finanza pubblica almeno sino al 2026, o anche oltre, al 2030
, anno in cui si
vuole riportare il rapporto tra il debito pubblico e il PIL al di sotto del valore del 2019,
come indicato nella NADEF.

Una transizione delicata

Ovviamente, qui stiamo parlando di lungo periodo, non del 2022, che è invece oggetto del rilievo della Commissione. Ma tutto può essere ricompreso in movimenti di bilancio che rischiano di aprire il vaso di Pandora della spesa corrente.

Il punto resta quindi la transizione da sostegni post-pandemici (ipotizzando di lasciarci alle spalle la pandemia, ovviamente) a investimenti del PNRR. Ora inizierà l’abituale teatrino domestico sui “falchi del Nord Europa” e sugli “ottusi burocrati di Bruxelles”, ma questo rilievo della Commissione mi pare un salutare richiamo alla realtà, in un momento in cui amplissima parte della politica italiana è convinta che il vincolo di realtà noto come vincolo di bilancio sia stato archiviato per sempre.

Del resto, già vi ho detto che mi sono trovato in una trasmissione televisiva a sentire un esponente apicale di partito di maggioranza definire “investimento” la riduzione delle tasse. Ci vuol pazienza, molta.

Le promesse e la sanità

Tornando alla relazione dell’UPB, segnalo un punto problematico, sotto vari aspetti. Malgrado i buoni propositi di epoca pandemica pare che la spesa sanitaria italiana, in percentuale del Pil, fra tre anni sarà invariata:

Considerando le previsioni tendenziali di spesa sanitaria della NADEF, nell’ipotesi che i
maggiori finanziamenti del DDL di bilancio per il 2022 si traducano per intero in maggiori
erogazioni, l’incidenza sul PIL della spesa sanitaria sarebbe pari al 6,3 per cento nel 2024, una percentuale inferiore a quella del 2019 (6,4 per cento). Pertanto, dal punto di vista finanziario, non sembra si intenda dare luogo a un effettivo rafforzamento strutturale del SSN, ma sarebbero piuttosto confermate le precedenti scelte di allocazione delle risorse, che ponevano l’Italia tra i paesi europei con spesa sanitaria meno elevata e in progressiva riduzione.

Come mai? Anche qui, ribadiamo il concetto: investimenti richiedono più spesa corrente, cioè (ad esempio) stipendi per il personale. Se invece gli investimenti sono “finti”, resta la spesa corrente. Nel caso della NADEF, nell’arco triennale non si vede aumento del peso della sanità sul Pil: resta basso peraltro su livelli poco compatibili col quadro demografico del paese. Forse anche qui il problema resta guardare oltre l’orizzonte triennale del 2024, come segnalato da UPB?

Ricordiamolo e ripetiamolo: gli investimenti necessitano di spesa corrente. Se mancano i primi, la seconda diventa un problema e una pietra al collo. Nessun meglio di Mario Draghi può comprendere ciò. Il problema è nella sua maggioranza. Cioè negli elettori italiani, temo.

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