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Perché la crisi valutaria della Turchia di Erdogan è un problema sociale

di Mario Seminerio – Domani Quotidiano

Il crollo della lira turca nella giornata del 23 novembre, quando è giunta a perdere contro dollaro anche il 15%, ha segnato il temporaneo climax di un deprezzamento in atto da tempo e perseguito dal presidente Recep Tayyip Erdogan, il cui convincimento che alti tassi d’interesse causino inflazione lo ha portato a ingaggiare una lotta furibonda contro il senso comune e contro la “lobby degli alti tassi d’interesse”, come la definisce quando è benevolo.

Erdogan ha ormai maturato un’esperienza non comune nel sostituire governatori della banca centrale turca colpevoli di voler tutelare non tanto l’autonomia dell’istituto di emissione quanto il loro rapporto con la realtà. Si dice che il Sultano sia così avverso agli alti tassi d’interesse per motivi religiosi ma questa potrebbe essere una lettura eccessivamente benevola.

Nei fatti, il presidente turco si è messo alla guida della banca centrale lanciandola contromano in autostrada. Per la valuta di un paese emergente e non produttore di materie prime, il senso di marcia è segnato soprattutto dalla salute del dollaro: quando i tassi americani salgono, i capitali defluiscono dai paesi emergenti generando inflazione importata e costringendo le banche centrali locali a raffreddare la domanda alzando i tassi.

La degenerazione

Sino al penultimo governatore della banca centrale, Erdogan aveva tollerato un movimento pendolare, in cui a tagli dei tassi seguivano aumenti per difendere il cambio. La nomina a governatore di Sahap Kavcioglu, fedele membro del partito del Sultano e le epurazioni del direttorio della banca centrale hanno spezzato questa circolarità, producendo una sequenza di ben 4 punti percentuali di taglio dei tassi ufficiali, proprio mentre le pressioni inflazionistiche si intensificavano.

Oggi i prezzi al consumo turchi crescono al passo del 20% annuo, ammesso che le rilevazioni ufficiali siano veritiere. Quelli alla produzione aumentano di oltre il doppio, demolendo i margini delle imprese tranne di quelle impegnate nelle esportazioni.

La vittima sacrificale di questa tenaglia di costi è il lavoro, visto che la Turchia è paese trasformatore e di conseguenza paga a caro prezzo le importazioni. I salari si adeguano più lentamente, creando quindi un effimero margine di manovra per gli imprenditori.

Tra i vincitori di questa crescita drogata dal credito generosamente concesso dalle banche ci sono gli immobiliaristi e il settore delle costruzioni. Ma la speculazione immobiliare sta inevitabilmente danneggiando ampi strati della popolazione che da sempre rappresenta la base elettorale del presidente turco. I ceti popolari sono poi colpiti pesantemente dall’’inflazione alimentare ed energetica. Ci sono anche gravi problemi di importazione di farmaci, dove il cambio è fissato a inizio anno, cioè il 70% sopra il livello attuale.

Con una simile politica monetaria, non stupisce che la Turchia venga ormai disertata dagli investitori internazionali, quegli stessi che fecero la sua fortuna nei primi anni dell’era Erdogan. Il forte deficit delle partite correnti deve comunque essere finanziato con valuta forte, pena uno stop improvviso che avrebbe effetti distruttivi sull’economia.

Contromisure

I risparmiatori turchi si difendono come possono, cioè facendo aumentare i depositi bancari in dollari ma, se il deprezzamento della lira proseguirà, è fatale che si arriverà a forme di controllo sui capitali che potrebbero innescare corse agli sportelli per ritirare i risparmi in valuta. La borsa di Istanbul sta andando relativamente bene proprio perché molti risparmiatori vedono in essa e nelle azioni di società esportatrici e delle costruzioni un’alternativa all’investimento valutario diretto.

La Turchia ha un debito pubblico contenuto, pari al 40% del Pil ma per ben il 60% espresso in valuta, in forte aumento dal 39% del 2017. Fu il genero di Erdogan, Berat Albayrak, durante il suo periodo alla guida del ministero delle Finanze, a spingere sull’indebitamento in valuta. Il crescente onere del servizio del debito in valuta mina il bilancio dello stato, sottraendo risorse al welfare: il prossimo anno ben il 13% della spesa pubblica andrà a pagare interessi e capitale, contro il 12% per istruzione e il 6% per la sanità.

Per il 2021 il Fondo Monetario internazionale prevede una crescita turca del 9%, conseguenza anche delle riaperture post pandemiche. Un dato che, con questa crisi valutaria autoinflitta, si rivelerà la fiammata che potrebbe segnare il destino di Erdogan, forse prima della scadenza elettorale del 2023.

(pubblicato il 24 novembre 2021)

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