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Germania, il semaforo e il debito

Nuova puntata nel filone, a me molto caro, dei tentativi di aggiramento delle regole che le comunità umane si danno. Dopo anni di raccolta di virtuosismi italiani, a partire dalla neutralizzazione dell’articolo 81 della costituzione più bella del mondo, per arrivare a una riformulazione che parla di “equilibrio corretto per la fase del ciclo economico”, e dopo aver visto quello che è riuscito a fare il presidente brasiliano Jair Bolsonaro per aggirare la crescita zero reale della spesa pubblica (ritardare pagamenti calpestando la certezza del diritto), oggi ci dedichiamo all’egemone riluttante dell’Eurozona.

In Germania, dove la cosiddetta coalizione-semaforo (Socialdemocratici, Verdi e Liberali) sta faticosamente arrivando in porto col cancellierato di Olaf Scholz, c’è grande nervosismo per l’andamento dell’inflazione ma soprattutto delle regole europee sui conti pubblici.

Prima di addentrarmi nella disamina della situazione, vi segnalo en passant che i tedeschi avranno un governo circa tre mesi dopo le elezioni, al termine di un minuzioso e puntiglioso negoziato, di quelli che normano ogni dettaglio facendosi bastare la lettera della norma e la mutua comprensione tra contraenti.

“Facciamo come i tedeschi!”

E tuttavia, ci corre l’obbligo di un affettuoso pensiero per il provincialismo italiano, quello che “facciamo una legge elettorale in modo che la sera delle elezioni si sappia chi ha vinto!”. Oppure per l’altra perla indigena: “facciamo [un contratto di governo] come i tedeschi!”, che di solito produce qualche photo-opportunity a favore di telecamere e accordi solenni a doppio velo, morbidissimi, per chiudere in bellezza le funzioni fisiologiche dopo che il governo ha ottenuto la fiducia del parlamento.

Come ho scritto sopra, i contratti valgono se tra i contraenti esiste un terreno comune, linguistico e culturale, dove un termine o una formula hanno interpretazione condivisa. Altrimenti si arriva a condotte opportunistiche, a recriminazioni sul tentativo di raggiro, a invocare il proprio popolo sui social, che attende fuori armato di hashtag da scagliare contro i nemici in una pavloviana forma di contradaiolismo becero.

Di solito, qui a guadagnarci sono solo spin doctor e social media manager, a volte titolari di profili professionali strappati a un triste destino da call center o assimilato.

Tutto ciò premesso, che accade in Germania? Che la Bundesbank ha lanciato l’ennesimo allarme per le regole fiscali. A cominciare da quelle domestiche, con la richiesta di ripristinare il cosiddetto “freno al debito” scritto in costituzione e sospeso per la pandemia, e che tale dovrebbe restare anche nel 2022.

La BuBa di traverso

La Bundesbank non ci sta e lo ribadisce nel suo ultimo bollettino mensile: “ci sono buoni motivi per ritenere che il 2022 non sarà un anno di crisi”. “Ciò significa che dovrebbe esserci comparativamente poco bisogno di spesa pubblica legata alla pandemia”. C’è “generale aspettativa”, in parte riflessa nelle previsioni economiche del governo tedesco, che “condizioni normali” torneranno a breve. A supporto, viene citato l’andamento delle entrate fiscali, che dovrebbero superare le attese di trend pre-pandemico.

In conseguenza di ciò, “sarebbe estremamente difficile giustificare il finanziamento di oneri di bilancio non relativi alla crisi, a mezzo di indebitamento reso possibile dalla temporanea sospensione del freno del debito”.

Ora, oltre a fare gli scongiuri del caso riguardo alla situazione pandemica, è evidente che i concetti espressi dalla BuBa sono destinati a riflettersi anche a livello di politica monetaria. Se, infatti, ci troviamo in condizioni di stimolo fiscale “eccessivo”, viene meno anche l’esigenza di tenere il piede sull’acceleratore monetario, magari aumentando gli acquisti pre-pandemici della Bce (APP, Asset Purchase Program), quando sarà terminato il PEPP, programma di acquisti relativi alla pandemia, a marzo 2022.

Una coalizione molto eterogenea

Sappiamo che i negoziati della coalizione in via di formazione non sono semplici proprio a causa delle differenti preferenze dei partner. I Verdi, ad esempio, vogliono allentare i vincoli di bilancio per finanziare l’ammodernamento infrastrutturale del paese e la transizione ecologica. I Liberali di Christian Lindner, che dovrebbe essere il prossimo ministro delle Finanze, sembrano invece aver fretta di tornare all’ortodossia fiscale pre-pandemica.

E qui entra in gioco la creatività politica. Alcuni osservatori ipotizzano la creazione di fondi fuori bilancio, esclusi cioè dai limiti di spesa. Ad esempio, usando la versione tedesca della nostra Cassa Depositi e Prestiti, KfW, o altri veicoli speciali. Al netto delle tecnicalità, il rischio è chiaro: forma salvata, sostanza mutata. E quindi si torna al nostro tema, degli aggiramenti dei vincoli che le comunità umane si danno, anche scrivendoli in documenti ipotizzati a prova di scasso come le costituzioni.

La Bundesbank ha a sua volta udito queste indiscrezioni di contabilità creativa e protesta, denunciando l’eventuale snaturamento della norma e chiedendo quindi, per legittimare la realtà, una modifica legale che sarebbe anche e soprattutto di rango costituzionale. Se ci pensate, questo è il fulcro dell’approccio tedesco alla lettera e spesso anche alla letteralità della legge.

Lo stesso approccio che portava Wolfgang Schaeuble a chiedere modifiche dei trattati, in caso l’obiettivo fosse quello di allentare i vincoli della Bce, che poi furono comunque allentati e aggirati, col consenso di Angela Merkel.

L’egemone europeo darà stabilità?

È appena il caso di ricordare che una coalizione in apparenza così eterogenea non depone a favore di un tranquillo percorso della Ue nel post pandemia, sia in economia che in politica estera. Dopo tutto, la Germania è l’egemone europeo e nessuno può prescindere dalla sua posizione, anche se tentativi di maggiore gioco diplomatico sono in corso, ad esempio col Trattato italo-francese, che nasce soprattutto in conseguenza del prestigio internazionale di Mario Draghi. Il quale, tuttavia, non è eterno e neppure scritto in costituzione, che a sua volta è peraltro derogabile con fantasia. Che l’Italia sia un paese affidabile è notizia del secolo ma temo rigorosamente “a termine”.

Pensiamo a cosa potrà accadere, con la Verde Annalena Baerbock agli Esteri, ai rapporti tedeschi ed europei con Cina e Russia, ad esempio. Vero che gli accordi di coalizione tendono ad essere rispettati, in Germania, e quindi la rigidità del prodotto del negoziato produce flessibilità verso l’ambiente esterno. Ma non esiste garanzia che le cose andranno sempre in questo senso.

La Germania non è un monolite neppure in politica monetaria, comunque. Basta seguire con un po’ di attenzione gli interventi di Isabel Schnabel, membro del Governing Council della Bce ed economista di grande spessore, per comprendere che i tempi degli eurobanchieri tedeschi di vecchia scuola, da Weber a Weidmann, potrebbero essere alle spalle.

Come che sia, tutto scorre e tutto è fluido. Anche nel tempio del “letteralismo” della norma si scorgono crepe e interpretazioni “creative”. Tempi decisamente interessanti, anche se controindicati a chi cerca disperatamente ansiolitiche certezze.

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