Utilitarie minacciate di estinzione

Un articolo del Financial Times rilancia un tema che ha preso corpo negli ultimi mesi: le auto economiche, quelle che sorreggono l’indipendenza di movimento delle persone a reddito medio e basso, rischiano di scomparire dall’offerta delle case costruttrici, per una serie di cause legate alle crisi che stiamo vivendo.

L’erosione dei redditi reali, che in alcuni paesi è in atto almeno dalla crisi finanziaria, rischia di escludere dal mercato i soggetti a redditi più bassi. La differenza col passato è che i costruttori non sembrano aver più appetito per sostenere la motorizzazione economica, come invece fatto in passato.

Tutto partì dai semiconduttori

Il primo grande colpo, le compatte e sub-compatte lo hanno ricevuto in conseguenza della penuria di semiconduttori, dopo la pandemia, che ha spinto le case automobilistiche a dirottare la disponibilità verso i segmenti a maggiore marginalità. Grazie al nuovo product mix, molti costruttori hanno conseguito forti rimbalzi di redditività.

La conseguenza, in Europa, è stata il crollo di produzione delle utilitarie. Secondo una analisi di LMC Automotive, il numero di city car prodotte nel Vecchio Continente è passato da 1,13 milioni del 2019 a 787.000 dello scorso anno, e per metà decennio si prevede un ulteriore flessione s 5874000 unità, visti i progetti dei costruttori di sfoltire il portafoglio d’offerta di modelli entry-level.

Ha iniziato Mercedes nel 2019, cedendo il marchio Smart ai cinesi di Geely mentre Opel, che è marchio Stellantis, prima della pandemia ha cessato la produzione dei modelli Karl e Adam. Ancora: Volkswagen ha annunciato che non sostituirà il modello Up al termine del suo ciclo di vita, e Renault si accinge a consegnare ai posteri la Twingo. Troppi oneri di adeguamento agli standard ambientali per i modelli a motore termico, secondo il CEO della casa francese, Luca De Meo.

Rivolgersi al mercato dell’usato non appare soluzione praticabile, visto che la penuria di semiconduttori ha già spinto le quotazioni a livelli impensabili. Ma è l’evoluzione all’elettrico che minaccia di estinguere le city car. Volkswagen, che pure sta spendendo 52 miliardi di euro di ricerca e sviluppo in ambito EV, ha rinunciato a mettere in produzione entro il 2025 un modello elettrico che costi entro i 20.000 euro.

Batterie sempre più costose

I produttori puntavano sulla discesa dei costi delle batterie, oltre che sull’aumento della loro capacità di immagazzinamento di energia. Non facendo i conti con la forte domanda di risorse non rinnovabili quali nickel, cobalto e litio, che incidono per circa un quarto sui costi di una batteria EV, e i cui prezzi erano già lievitati rispettivamente del 36, 125 e 750% nell’anno a gennaio 2022.

L’invasione russa dell’Ucraina e le sanzioni contro Mosca, che resta uno dei maggiori produttori di minerali da riconversione ecologica, hanno dato il colpo di grazia. Secondo uno studio di IHS, il costo medio di una batteria per auto elettrica è arrivato a 7.000 euro.

Di fronte a simili costi anche i cinesi, che si stavano specializzando in micro car elettriche di prezzo compreso tra 8.000 e 10.000 euro, peraltro già pesantemente sussidiato, stanno gettando la spugna.

Se questa tendenza dovesse persistere, i governi dovranno fare profonde riflessioni. Ad esempio, accettare di aumentare i sussidi all’elettrico, già molto elevati, per consentire ai ceti a reddito basso e medio di non perdere la motorizzazione individuale (che fuori dalle zone urbane spesso è l’unica soluzione). I tempi di Henry Ford e del suo modello T, nato per “democratizzare l’automobile”, rischiano di essere archiviati.

LibertyGroup25, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

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