Non solo rubli: i nodi energetici d’Europa

Dopo aver emanato uno di quegli ordini napoleonici a cui l’intendenza in qualche modo deve dare seguito, anche blandendo il conducator, ieri Vladimir Putin ha firmato uno dei suoi famosi decreti in cui dispone che gli acquirenti di materie prime energetiche russe debbano farlo regolando la transazione in rubli. Che, in apparenza, è mossa più simbolica che sostanziale, per motivi che ho spiegato giorni addietro e che tra poco ribadirò. Ma questa vicenda, in attesa di capire come evolverà, richiama l’enorme serie di nodi che gli europei dovranno sciogliere per raggiungere la terra promessa della presunta indipendenza energetica. Che forse è solo un miraggio.

Intanto, che accadrà con l'”obbligo” di pagamento in rubli? Il decreto afferma che i compratori devono aprire un conto in rubli presso le banche russe che regolano le transazioni, e che la valuta forte occidentale deve essere convertita e alimentare il conto rubli.

Finzione o umiliazione?

Se l’operazione verrà fatta in autonomia dalla stessa banca agente russa, nulla cambierà. Come ho scritto giorni addietro, già oggi gli esportatori russi devono convertire in rubli l’80% degli incassi in valuta. Si passerà al 100% e finita lì, anche perché gli esportatori e il sistema bancario russo sono solo articolazioni dello stato, ed è verosimile che già oggi trasformino in rubli tutti gli incassi in valuta, al netto di un probabile pro-rata per il servizio del debito in hard currency, se vogliono evitare il default. Putin dichiara vittoria, le sue grancasse annuiscono furiosamente facendo il trenino, e si passa oltre.

Se invece ai compratori occidentali venisse richiesto di compiere un atto autonomo, rivolgendosi alla banca centrale per farsi vendere i rubli, avremmo una sorta di umiliazione pubblica, perché l’istituto guidato da Elvira Nabiullina è sanzionato dall’Occidente. Si tratterebbe di sconfessare le proprie sanzioni.

Ma ipotizziamo che gli occidentali non accettino questa seconda modalità, invocando la santità dei contratti. Che potrebbe accadere? Sul piano formale, dovrebbe iniziare la procedura arbitrale presso il tribunale di Stoccolma, sede ad essa preposta. Processo lungo e dall’esito scontato, cioè avverso alla Russia, per evidenti motivi contrattuali.

Lo scenario di chiusura dei rubinetti

Se, invece, Putin decidesse di passare da subito alle sanzioni, cioè di sospendere l’erogazione di gas, la cosa si farebbe molto “interessante”. Nel senso che gli europei dovrebbero metter mano a quel razionamento che è l’ultima spiaggia ma che, se la situazione dovesse proseguire, anche senza sceneggiate sui contratti, è comunque difficilmente evitabile; anzi, è solo questione di tempo.

Ma quando un monopolio e un monopsonio incrociano le corna, i danni sono reciproci. Come osserva il Financial Times, la Russia potrebbe chiudere i rubinetti ma riuscendo a dirottare altrove solo una parte molto limitata del gas destinato all’Europa. Le pipeline che connettono i campi di gas russi alla Cina sono quelle relative alla Siberia orientale, mentre l’Europa è alimentata da quelli della Siberia occidentale e le due reti ancora non comunicano: i lavori sono in corso ma si stima serviranno tre o quattro anni.

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Ma se anche comunicassero oggi, la Russia perderebbe comunque una quota imponente di ricavi da cessione di gas. Cioè segherebbe il ramo su cui è seduta. Inoltre, Mosca dispone di capacità di stoccaggio domestica limitata, in termini relativi: meno di metà di quanto esporta in Europa su base annua. In pochi mesi sarebbe pieno. A quel punto, se il blocco persistesse, sorgerebbero rilevanti problemi tecnici, per tacere di quelli finanziari.

Resta il nodo take-or-pay

Ma, oltre a queste considerazioni, ce n’è un’altra, sempre relativa ai contratti. Che tipicamente sono di lungo termine, con finestre di revisione contrattuale triennali. Proviamo a prescindere dallo psicodramma dei rubli; come può l’Europa pensare di liberarsi rapidamente, e per quote decisive, delle forniture russe, se si trova in un regime contrattuale pluriennale di tipo take-or-pay, cioè o ritiri quello che hai prenotato o lo paghi comunque? Servirebbe un casus belli (perdonate l’involontaria battuta) per rescindere quei contratti, ammesso e non concesso di trovare forniture sostitutive e succedanee. Si prefigura anche qui un lungo contenzioso, arbitrale e non solo.

Anche ipotizzando che l’invasione non sia mai avvenuta, l’Europa si sta spogliando della dipendenza fossile, ciò crea problemi al suo maggior fornitore, il quale sta correndo ai ripari in un’ottica di lungo termine sviluppando l’attività mineraria legata alle tecnologie presunte verdi. Parliamo di parecchi lustri ma il tema esiste, anche se dovessimo scontare che le forniture energetiche fossili russe verranno dirottate verso l’altro gigante asiatico dai piedi d’argilla, l’India, per molto tempo a venire.

Per farla breve, il braccio di ferro è destinato a durare e a non essere indolore. Ricordiamo che l’occidente ha sequestrato le riserve valutarie russe presso le proprie banche, commerciali e centrali, e già si leggono e sentono “suggerimenti” di confiscare quelle riserve per pagare le riparazioni di guerra e la distruzione di ampie porzioni di territorio ucraino. Difficile che Putin (o chi dovesse succedergli, se venisse rovesciato) possa accettare questa prospettiva senza batter ciglio.

Fin dove si spingerà l’Europa?

Come abbiamo detto da subito, il punto della questione è la capacità europea di entrare in un durissimo braccio di ferro con Mosca. Non a parole ma nei fatti. Il che significa embargo, e quindi pesantissimo razionamento energetico e sconvolgimenti della vita in Europa.

Spetta all’Europa decidere cosa fare in questo braccio di ferro, sapendo che parte da condizioni di elevata debolezza. Se razionamento, esercizio di potere di monopsonio con imposizione di prezzo massimo o altre ipotesi accademiche come quella di Ricardo Hausmann (ripresa da Daniel Gros) sull’imposizione di una tassa-tariffa punitiva sugli acquisti di energia russa per abbattere verso lo zero gli introiti di Mosca, qualcosa alla fine dovrà essere fatto. Senza cullarsi sullo scenario del GNL e dei rigassificatori galleggianti, per i quali serve lo stesso tempo che serve a Mosca per connettere i campi di gas della Siberia occidentali a quelli orientali.

Pensare che sia possibile schivare questa resa dei conti con la realtà e magari dare la colpa “a quei guerrafondai degli americani”, per tornare a rifugiarsi nel proprio mercantilismo bottegaio, perché non dobbiamo morire per Kyiv ma nemmeno per Riga, Tallinn, Vilnius, o magari Varsavia o finanche Helsinki e Stoccolma, causerà solo un tragico risveglio.

Foto di Garry Chapple da Pixabay

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