Turchia, depositi protetti e deficit (di realtà)

La Turchia procede nel suo esperimento di antimateria economica, che consiste nel tentare di ridurre l’inflazione abbassando i tassi d’interesse. Sono ormai trascorsi quasi quattro mesi dall’entrata in vigore del provvedimento che tenta la cosiddetta dedollarizzazione “proteggendo” i depositanti contro il deprezzamento della lira, con oneri a carico del bilancio pubblico. In queste settimane la strategia di Recep Tayyip Erdogan si è delineata nei suoi assi portanti.

Uno dei quali è necessariamente il controllo stretto dell’istituto statistico nazionale. A cui viene assegnata la “vigilanza metodologica” sulla ricerca economica indipendente. In parlamento sta infatti per essere inviato un disegno di legge che impone ai centri studi privati di sottoporre preventivamente i risultati delle loro analisi all’istituto statistico turco, per la cosiddetta validazione.

Controllare la ricerca economica indipendente

Un centro studi indipendente ha misurato un tasso d’inflazione annuo di oltre il 140% in marzo, contro il 61% ufficiale. Motivo per cui l’istituto statistico nazionale ha presentato una denuncia che accusa i ricercatori privati di volerlo diffamare e fuorviare i cittadini.

Il disegno di legge obbliga i centri studi a richiedere la validazione delle analisi, dando all’istituto di statistica due mesi per rispondere. Durante tale periodo, previsioni e ricerche resterebbero sottoposte a divieto di pubblicazione. Chi violasse le prescrizioni di legge sarebbe passibile di carcerazione da uno a tre anni.

A fine marzo, come si diceva, è scaduto il primo trimestre dall’introduzione dei depositi in lire “protetti” dal deprezzamento. I depositi sono offerti in scadenze fino all’anno, con la più breve che è appunto di tre mesi. Lo schema prevede che i depositanti siano indennizzati con denaro pubblico in caso di deprezzamento della lira contro dollaro in misura superiore al tasso sul deposito.

Nato come protezione dei risparmiatori al dettaglio, lo schema è stato esteso anche alle imprese. Secondo documenti pubblici, pur se avari di dettagli, il 54% dei depositi protetti sarebbero riconducibili ad aziende. Al 21 marzo, i depositi in valute forti presso le banche turche ammontavano a 157 miliardi di dollari, rappresentando il 61% del totale delle giacenze retail. Quelli protetti sono solo il 9.5% del totale. Al 23 marzo, secondo dati comunicati dal ministro delle Finanze, lo schema di protezione riguardava depositi per 591 miliardi di lire, pari a circa 40 miliardi di dollari.

La costosa protezione dei depositi

Quando lo schema è stato lanciato, lo scorso 24 dicembre, servivano 11,4 lire turche per comprare un dollaro, dopo un picco a circa 18. Chi avesse sottoscritto un deposito a tre mesi quel giorno, avrebbe avuto la garanzia di indennizzo in caso di deprezzamento contro dollaro eccedente il 17% su base annua, che era il tasso d’interesse ufficiale all’epoca.

I conti sono presto fatti: il 25 marzo per comprare un dollaro servivano 14,85 lire, con un deprezzamento del 30% circa in tre mesi. Considerando che, su base trimestrale, un deposito protetto ha reso il 4,25%, lo stato deve mettere la differenza. Pari al 25,75% in soli tre mesi. Per un calcolo del tutto grezzo, applicate questo 25% a circa 40 miliardi di dollari di stock di depositi protetti, e avrete un onere a carico del contribuente turco di circa 10 miliardi di dollari in un trimestre. Come possa essere sostenibile una misura del genere, prescindendo dalla follia della premessa, resta un mistero.

Ovviamente, è sempre possibile che la banca centrale turca stampi moneta per pagare le lire ai depositanti “protetti”. Ma questa non sarebbe una grande idea, visto che alimenterebbe ulteriormente l’inflazione.

Obbligo di conversione di valuta

Che fare, quindi, per sostenere il cambio della lira senza alzare i tassi? Applicare controlli sui movimenti di capitale, che al momento Erdogan esclude risolutamente; oppure misure amministrative in stile russo, che impongano agli esportatori di cedere rapidamente alla banca centrale i loro incassi in valuta.

Motivo per cui le autorità hanno deciso che esportatori e fornitori di servizi (tra cui il turismo), dovranno convertire il 40% degli incassi in valuta. Che, se vogliamo, è ancora una percentuale “liberale” rispetto all’80% che la banca centrale russa impone ai propri esportatori. Poi bisognerà vedere come le autorità turche contrasteranno le operazioni estero su estero delle aziende, fatte per evitare di far passare valuta dal sistema bancario nazionale.

Nel frattempo, le riserve valutarie lorde turche, cioè comprensive dei debiti mediante contratti di swap con altre banche estere, sono scese a 67,7 miliardi di dollari dagli 87 di fine novembre. E il saldo delle partite correnti resta in rosso, quindi persiste un deflusso di valuta. Ma si può sempre risolvere vendendo pezzi del paese, ad esempio alle monarchie del Golfo.

Oppure, sempre con grande sprezzo del ridicolo, aprire anche a non residenti i depositi protetti in lire turche, nel tentativo di fare affluire valuta forte e creare pasti gratis alla faccia della teoria della parità dei tassi di interesse. Visto che gli afflussi di capitale verso la Turchia si sono inariditi, perché non dare garanzie immaginarie di stabilità del cambio? In un rave party c’è gente più raziocinante e sobria. Ma restate sintonizzati: il catalogo di assurdità valutarie e finanziarie per sfuggire alla realtà è pressoché sconfinato. E qui direi che abbiamo appena iniziato.

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