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L’ultima scorciatoia del Sultano alchimista

Nella giornata di ieri, la lira turca ha vissuto l’ennesima discesa agli inferi, giungendo a quotare contro dollaro ben oltre 18. Poi, in serata, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha parlato. A differenza del solito, il suo discorso questa volta ha innescato un impressionante rally della valuta turca, che ha recuperato più del 40% dopo aver perso il 50% da settembre contro il biglietto verde. Che è accaduto? Una levata d’ingegno del Sultano alchimista, si direbbe.

Erdogan ha promesso niente meno che la fine del rischio di cambio. Secondo il piano, se la lira dovesse deprezzarsi contro le valute forti in misura eccedente il tasso ufficiale d’interesse, i risparmiatori in titoli di stato a breve scadenza verrebbero indennizzati della differenza. Ma non è meraviglioso, tutto ciò?

Un deposito agganciato al cambio del dollaro

In pratica, la lira viene agganciata alle valute forti, al netto del differenziale dei tassi. A ben vedere, una “garanzia” statale sul rischio di cambio è un concetto affascinante. Sono certo che piacerebbe molto anche da noi in Italia dove, notoriamente, vale l’hashtag #rischiobruttoliberista.

In dettaglio, le banche (e il Tesoro) potranno emettere depositi a termine a scadenze di 3, 6, 9 e 12 mesi, destinati ai privati, con tasso d’interesse minimo pari a quello ufficiale della banca centrale. A scadenza, se il cambio della lira si sarà deprezzato contro dollaro più del tasso su questi depositi, il risparmiatore si vedrà accreditare tale differenza in lire turche. In caso di disinvestimento prima della scadenza, il diritto all’interesse viene meno. Ad esempio, tasso al 15%, deprezzamento del 20%, bonus in lire del 5%.

Una sorta di innesco di flussi di conversione da dollari a lire, che poggia sulla fiducia nei confronti della probabilità che lo stato onori tale impegno. In presenza di forti scricchiolii del cambio, i risparmiatori potrebbero comunque trovare più utile disinvestire dai depositi a “cambio garantito” e tornare a rifugiarsi nel dollaro. A quel punto servirebbero mezzi un filo più cogenti, tipo un corralito turco.

Se il cambio cede, il debito pubblico si gonfia

Ma che accadrà, in caso di deprezzamento della lira oltre la soglia dei tassi ufficiali, in calo? Che lo stato turco dovrà mettere la differenza. E dove troverà i soldi? Qui la cosa si fa affascinante. Potrebbe emettere nuovo debito pubblico, approfittando del fatto che l’indebitamento domestico del paese è molto contenuto.

Le banche avrebbero l’obbligo di sottoscrivere il debito, in caso. Anche così, visto che difficilmente quel debito sarebbe infruttifero (ma mai dire mai, potrebbe arrivare un bel precetto islamico), il deficit conseguente sarebbe equivalente alla maggior spesa per interessi in caso i tassi venissero alzati per evitare il deprezzamento del cambio.

Oppure, la banca centrale potrebbe monetizzare il deficit creato dagli indennizzi. In quel caso, sommandosi all’aumento monstre del salario minimo previsto da gennaio, che interesserà un terzo dei lavoratori turchi trascinando al rialzo tutta la struttura delle retribuzioni, una maxi inflazione è garantita. A quel punto, la già periclitante situazione delle masse popolari volgerebbe decisamente in dramma.

La lirizzazione di un’economia in corso di dollarizzazione

Durerà, la trovata? Lo vedremo ma resta il fatto che un paese trasformatore e privo di materie prime come la Turchia non può permettersi controlli sui capitali. E infatti Erdogan li ha risolutamente esclusi. Neppure può permettersi, dati i precetti religiosi da cui il presidente si dichiara guidato, di alzare i tassi a brevissima scadenza (l’overnight) per rendere costoso in un modo proibitivo il finanziamento di posizioni ribassiste sulla lira.

Nella sostanza, e dopo l’ottovolante sul cambio, ribattezzato ottomanovolante, ora si cerca di aumentare la quota di risparmi investiti in valuta nazionale. In pratica, il tentativo di “ri-lirizzare” un’economia in via di dollarizzazione e eurizzazione (265 miliardi di dollari di depositi). Tutte le altre criticità, incluso il doping di credito a fini di consenso elettorale, ora pure con previsione di forti aumenti di costo del lavoro, restano sul tappeto. La ricerca di scorciatoie come stile di governo contro la realtà prosegue, ovunque.

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