Il governo dei balneari

Il consiglio dei ministri convocato a sorpresa (paura, eh?) ieri nel tardo pomeriggio da Mario Draghi aveva come punto lo “sprone” alla cosiddetta maggioranza ad approvare senza ulteriori traccheggiamenti il Disegno di legge concorrenza, che è uno dei requisiti per lo stato di avanzamento delle erogazioni del PNRR. Il maggior blocco, come noto, è quello sulle concessioni balneari, malgrado nelle scorse settimane pareva essersi raggiunto un punto di caduta.

Concorrenza e fiducia

Il consiglio dei ministri pare aver convenuto che la scadenza ultima e inderogabile sia il 31 maggio. Se per quella data non ci sarà accordo su eventuali modifiche, verrà posta la fiducia sul testo base, che è incagliato in Commissione Industria al Senato. Lega e Forza Italia, i nostri campioni liberali con tante b, più apertamente, tentano di prendere tempo o meglio calciare al largo la lattina delle concessioni, ormai diventate lo scoglio che tiene bloccata la legislazione competitiva di un intero paese.

Non perderò tempo a ribadire quello che dovrebbe essere già noto. Qui c’è una sintesi. Il punto è quello della insufficiente remuneratività delle concessioni per i contribuenti italiani. Il testo base dell’accordo è nato sulla spinta della sentenza del Consiglio di Stato che stabilisce lo stop alle proroghe al 31 dicembre 2023 delle concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative.

Alla fine di febbraio il governo Draghi ha preso atto di tale sentenza e ha presentato un emendamento in cui si stabiliscono i criteri di “salvaguardia” socio-economica della messa a gara. In particolare, si stabilisce che le gare per assegnare le concessioni dovranno essere “imparziali”, e favorire la partecipazione “delle microimprese e piccole imprese, e di enti del terzo settore”. Saranno fissati i “presupposti e i casi per l’eventuale frazionamento in piccoli lotti” e sarà individuato un “numero massimo di concessioni” di cui si può essere titolari.

Concessioni “sociali” e frantumate

Che, messa in questi termini, sembra suggerire che avremo ben poca concorrenza. A parte il singolare richiamo alla “imparzialità” delle gare, come se in questo paese le gare fossero truccate (ah no, aspetta…), tutto va in direzione di dimensioni minime delle concessioni che rischiano di essere assai poco convenienti, in termini di struttura dei costi e di conseguenza di prezzi per gli utenti. Ma tant’è.

Narra la leggenda che nostro obiettivo deve essere quello di impedire che le multinazionali con tante zeta si approprino delle concessioni, pagando poco e nulla di tasse. Praticamente, quello che accade ora con i concessionari indigeni. Ma non temete: tra Golden Power e Copasir che ormai indaga su tutto, non passa lo Straniero. Se invece passerà questo testo, avremo delle micro-concessioni antieconomiche e costose, praticamente delle concessioni di cittadinanza, e vissero tutti felici e contenti.

Dal momento dell’apparente accordo sull’emendamento, la nostra destra ha iniziato la disperata ricerca dell’albero a cui farsi impiccare, in modalità Bertoldo. Serve più tempo perché i comuni non riescono a mappare le concessioni (eh?), oppure per evitare che il nostro mare finisca letteralmente incustodito (prego?) e preda di bucanieri stranieri, e così via.

L’ultima mediazione prevede, come scrive oggi Carmine Fotina sul Sole

[…] possibili deroghe tecniche fino al termine del 2024 solo nel caso in cui i Comuni siano oggettivamente impossibilitati a ultimare in tempo utile le gare. Per una serie di motivi, legati all’incompletezza della mappatura del tratto costiero ad esempio, o al mancato ricevimento della perizia sul valore aziendale che sarà la base per definire l’indennizzo ai gestori uscenti.

Il cane si è mangiato la concessione, disse il sindaco

E qui già vediamo i comuni, soprattutto quelli che ospitano concessionari legati da tenera amicizia al sindaco pro tempore, agitarsi e invocare una deroga, meglio se ventennale, perché “sprovvisti di personale” per svolgere la ricognizione. Di rincalzo, giungeranno patrioti a dire che il liberismo ci ha privato delle competenze amministrative per poterci derubare delle concessioni demaniali da svendere per un tozzo di pane. Guarda caso, quello che sta già accadendo, numeri alla mano.

C’è poi il punto della quantificazione dell’indennizzo per i concessionari che risulteranno sconfitti dal turboliberismo, e qui la nostra dinamica destra sta già pensando a risarcimenti robustissimi. E fanno bene, visto che notoriamente i concessionari investono nelle concessioni manco fossero il CERN di Ginevra con gli acceleratori di particelle.

Solo un dettaglio il fatto che “qualcuno” dovrà pur quantificare questi investimenti monstre, per evitare che quattro sedie e un ombrellone costino come una centrale nucleare. Ed ecco quindi, scrive ancora Fotina, che

Fino a ieri si è lavorato serratamente a una formulazione che tenesse conto del valore aziendale e dei costi di avviamento ma con paletti per la sua determinazione, da desumere dai libri contabili o in loro assenza da una perizia asseverata.

Questo giusto per non doversi fidare sulla parola dei concessionari uscenti, diciamo. Da qualche parte, in qualche modo, questi imponenti investimenti andranno quantificati. Speriamo.

Messi all’angolo da Draghi, i nostri liberali da bagnasciuga hanno tentato la carta della disperazione, sostenendo che in realtà non sta scritto da alcuna parte che le concessioni demaniali per scopi turistico-ricreativi siano in qualche modo parte delle riforme pro concorrenza che devono sbloccare il jackpot del PNRR.

Per le prossime scuse, ne suggerisco un paio, molto attuali: “ehi, ma non possiamo mettere a gara le concessioni. E se il costo degli ombrelloni aumentasse in conseguenza di ciò, proprio in questo momento di inflazione elevata? Eh? Eh?” E anche: “ehi, ma non possiamo mettere a gara le concessioni proprio ora che il reddito di cittadinanza priva di manodopera i nostri valorosi imprenditori balneari! Presto, un credito d’imposta al tavolo 4!”

All’ultima spiaggia

Non so come finirà. Se anche dovesse “vincere” Draghi, temo che avremo una riformicchia che svuoterà di senso gli obiettivi originari e troverà modo di cambiare tutto per non cambiare nulla, concessionari inclusi.

Quello che mi colpisce, ma non più di tanto, è questa pertinacia a difendere queste concessioni. Da destra, ma non solo. Se siete tra quanti oggi si rallegrano per la posizione favorevole alla messa a gara assunta dal M5S o del materiale di risulta che ne rimane, mi corre l’obbligo di ricordarvi che fu un tal Giuseppe Conte, alla guida del governo legastellato, a prorogare le concessioni al 2033 con la legge di bilancio per il 2019. Ma era un’altra era geologica, qui nessuno ricorda nulla e comunque il nostro statista per tutte le stagioni è come un jukebox, avrebbe cantato Bennato.

Un governo retto da una non-maggioranza, in un paese che tenta gioiosamente di mettersi attorno al collo altri 130 miliardi di debito del PNRR (70 sono “a gratis”), e che fatica a mettere a gara le concessioni balneari, dalle quali il nostro stato comatoso incassa praticamente il nulla. Immagino derivi da qui il desiderio di introdurre il terzo settore tra i candidati concessionari. Se devono essere onlus, che almeno abbiano il bollino.

Vorrei anche confessarvi che, per come sono messe le cose, sarei anche favorevole al ritorno del demanio turistico-ricreativo alla gestione pubblica. Dubito che potrebbe andar peggio, in termini di predazione e “privatizzazione” di beni comuni. Ma poi mi dico che sto diventando schifosamente ottimista.

L’effetto pratico è che un tempo avevamo i governi balneari, a simboleggiare l’impotenza e i veti incrociati della politica, mentre oggi abbiamo praticamente il governo dei balneari, inteso come tentativo inane di gestire quella categoria ma anche come la forza che guida trasversalmente i partiti. Cosa potrà mai andare storto?

 

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