Le tesi congressuali e il duomo di Piddinberg

Prosegue e si intensifica la sofferenza del Partito democratico, alle prese con l’ennesima rifondazione destinata al fallimento (oddio, credo che questo sia uno spoiler). Le “tesi” congressuali si moltiplicano, e spesso vengono usate come dardi fiammeggianti anziché affisse, come vuole l’infondata vulgata, alla porta della chiesa del castello di Wittenberg, alla Martin Lutero.

Potrei dire che la vicenda mi interessa in complesso non troppo. Dopo tutto, non sono elettore di quel partito. Credo tuttavia che queste sofferenze debbano comunque essere seguite, per il peso che sono destinate ad avere nella vita di questo povero paese malato di socialismo surreale, una patologia che copre lo spettro politico a vasto raggio. E comunque, se si dovesse/potesse commentare solo le vicende dei partiti per i quali si vota, in questo paese ci sarebbero molti meno decibel, soprattutto sui social.

Nel nome di Enrico (Cuccia)

Il sobbollimento rifondativo trova la sua prima pietra nella compartecipazione al brainstorming anche di Articolo 1, il mini partito di secessionisti dal Pd il cui oggetto sociale da sempre è quello di egemonizzare il partito da cui sono fuoriusciti, sino al punto di rientravi dopo averlo ideologicamente colonizzato. I maligni e malevoli sostengono che il nome completo sia Articolo 1 per cento. Ma sappiamo, come da dottrina di Enrico Cuccia, che a volte i voti si pesano e non si contano.

Basterebbe questo, oltre a ricordare che Pd e Articolo 1 hanno usato un contrassegno elettorale comune, il 25 settembre, per intuire che non stiamo parlando della rifondazione del Pd ma di altro. Qualcuno potrebbe eccepire che quell’altro è in realtà la manifestazione di vitalità dei Democratici, che innovano e si rinnovano, auspicabilmente prima di estinguersi o scindersi.

Capita quindi, che il vivace dibattito rifondativo trovi gli acuti maggiori nell’ala sinistra dei ri-costituenti. Molti dei quali intravvedono la possibilità di riportare il Pd o quello che ne uscirà, a essere un partito di sinistra purezza, qualunque cosa ciò significhi. Molto attivi, soprattutto sui social, sono alcuni intellettuali (“quelli che hanno letto un milione di libri”), spesso di estrazione sociologica; perché, come ha detto il simpatico Mimmo De Masi, ora è tempo di sociologi e non più di economisti.

Alcuni di questi intellettuali da social trascorrono le giornate additando al pubblico ludibrio gli odiati “neoliberisti” (anche qui, qualunque cosa ciò significhi), con pensose, gravi, sferzanti ed antropologicamente superiori riflessioni. Molti di costoro sono stati colti da una vera vertigine da storia e si sono ritrovati nella temperie del Congresso di Livorno. Obiettivo resta quello di denunciare i collaborazionisti del capitale, in attesa di mettere in acqua una navicella realmente rivoluzionaria.

La lunga lista dei nemici

Detestano Tony Blair e il blairismo (potrei in parte essere d’accordo con loro ma per motivi differenti), i più nuovisti sospirano per Jeremy Corbyn e l’Era che non fu, e si sforzano di esorcizzare che tra un paio d’anni e forse meno a Downing Street potrebbe arrivare Sir Keir Starmer con un Labour non certo rosso antico ma “rosé collaborazionista”.

Odiano visceralmente l’epoca della “Terza via”, incluso il manifesto fondativo del Partito democratico che pare esserne figlio bastardo; immagino quindi non amino troppo neppure chi ha contribuito alle idee di quel periodo, vincendo due volte le elezioni prima di essere disarcionato da insofferenze più o meno anticapitaliste (narra la solita vulgata) e poi affossato dalla carica dei 101 franchi tiratori nella sua resistibile ascesa al Colle più elevato.

Ancor più detestano figure di ex compagni di strada e partito, che sono pure stati segretari ma che sono finiti in rotta di collisione con il Grande Spirito Rivoluzionario di quel contenitore, che tutti e ognuno divora. Ma alla fine anche costoro possono dire di aver avuto un ruolo nel grande fiume della storia di quella comunità: sono diventati la bambolina voodoo dei due minuti (o lustri?) di odio collettivo che tanto sarebbero piaciuti a Orwell. Spilloni e freccette all’odiato figuro, collante ideale e di convivio.

“Ma con lui avevate raggiunto il 41%”. “E allora? Erano elettori infiltrati di destra, collaborazionisti del capitale e neoliberisti, per fortuna ce ne siamo accorti per tempo, non ci serve questa gente”. Ora l’odiato figuro continua a essere utile, tra candidati segretari incolpati di esserne biechi replicanti camuffati ma non troppo e giovani (o quasi) papesse straniere che si sbracciano a dire che loro non sono straniere ma solo esuli per mano del Figuro e che ora possono finalmente tornare alla Casa dei Padri.

Riscrivere, resettare, seppellire i padri (spesso ancora vivi) ed esumare nonni e bisnonni. Sospiri per la sinistra Dem statunitense ma pure per Biden, che ad alcuni di loro appare di estrema destra ma al momento non possono dirlo. A volte rimembrano il vecchio sogno della terra americana delle opportunità, un attimo prima di scoprire che è solo un metaverso di oppressione e sfruttamento ad uso di una satrapia oligarchica. Temo stia diventando vero.

I più anziani tra loro, ormai fuori dal Contenitore, hanno fatto il percorso di Jane Fonda: prima a manifestare contro la guerra del Vietnam, e poi a dire che si sono sbagliati. Ritardo di percezione: circa vent’anni. Gli altri, i rivoluzionari della sinistra-sinistra, sono compatti in attesa di scindersi. Attendono di convolare a giuste nozze, parlando de minimis, col Movimento guidato dal fortissimo punto di riferimento della sinistra, al secolo Giuseppe Conte.

C’è corrente, chiudi

Vogliono delimitare rigorosamente quello che è a sinistra da quello che è a destra ma escono pazzi coi confini. Che sembrano fissi e ben disegnati sin quando non iniziano a sfocare, dissolversi e diventare vere sabbie mobili, riaccendendo il sacro conflitto di classe e le accuse di collaborazionismo col capitale. Un lavoraccio, credetemi. Altro che centro di gravità permanente.

Nel Pd sono quindi iniziate le grandi manovre, e passano per la sconfessione delle odiate correnti. Che sono un costrutto assai umano e andrebbero viste con maggiore indulgenza, siano esse forme di aggregazione intorno a un’idea oppure comitati d’affari. Spesso le due dimensioni sono sovrapposte. Ecco quindi i candidati lanciarsi in teneri proclami sul superamento delle correnti. Dimmi che vuoi i voti delle correnti senza dirmi che vuoi i voti delle correnti. O delle onde.

Mi dite che vi hanno fatto di male, le correnti? Eppure, oltre che un minimo di indulgenza per la natura umana, basterebbe la storia a spiegare tutto: il Pd è la fusione fredda dei democristiani (di sinistra, tutto è relativo) e dei post comunisti. I primi vivevano di correnti, consapevoli della loro umana dimensione di peccatori. Si chiamavano tutti “amici” e poi si accoltellavano con voluttà in ogni occasione e palcoscenico. Meglio se dietro, a quel palcoscenico.

I post-comunisti, invece, venivano dalla rigorosa disciplina del centralismo democratico, e più non dimandavano. Anzi, quelli che troppo dimandavano venivano espulsi per eresia, ai bei vecchi tempi. Ecco spiegato questo approccio un po’ schizofrenico degli eredi di quelle due chiese che poi, giù per li rami, diedero vita alla sghemba cattedrale piddina.

Come finirà, quindi? Per ora ci godiamo le tesi congressuali. Ce n’è anche qualcuna che rilancia, come “alternativa” al bieco capitalismo, la soluzione cooperativistica:

I democratici promuovono la diversificazione sociale della proprietà, ad esempio attraverso le cooperative.

C’è qualcosa di nuovo, oggi nel sole: anzi d’antico. Libri di storia disseppelliti in fretta e furia in un passato che mai è passato, e oggi in questo paese godiamo di mastodonti cooperativi che hanno il loro consolidato spazio ma si può sempre fare di più e di meglio, no? Per ora, comunque, non si sente riparlare di Bad Godesberg, che di solito torna a intervalli regolari. Forse c’è silenzio per timore (ancora una volta) di essere additati come sporchi socialdemocratici servi del capitale. Zeitgeist.

Quello che credo non cambierà sarà il moto perpetuo di demonizzazione e queste sabbie mobili che separano il neoliberismo sfruttatore dai popoli dalla “vera sinistra”. La rivoluzione insisterà a mangiare i propri figli, alle Feste de l’Unità si continuerà a mangiare. Magari dopo una necessaria “ultima” scissione che separi il nucleo di riformatori forti e puri dagli scialbi riformisti-collaborazionisti dei comitati d’affari borghesi. In attesa di sfogliare nuovamente il carciofo della rivoluzione e fare uno spuntino con altri tra i propri figli, quelli che hanno smarrito la via.

Eppure, aspetta: non è che queste cose le abbiamo già vissute e commentate? Ah, giusto: è il giorno della compagna marmotta.

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