Al tavolo della confusa potenza a debito

Oggi i giornali italiani sono tutto un florilegio di commenti, interpretazioni, sceneggiature e compiacimento sull’incontro romano di ieri tra la presidente della Commissione Ue, Ursula Von Der Leyen, e la premier italiana Giorgia Meloni. La tedesca era a Roma per partecipare alla presentazione di un libro raccolta dei discorsi di David Sassoli, presidente del parlamento europeo scomparso un anno addietro.

Un summit d’altri tempi

L’incontro tra le due ha stimolato la fantasia letteraria dei nostri titolisti, con pennellate che ricordano una sorta di summit tra USA e URSS dei bei vecchi tempi, presumo per dare lustro alla ritrovata assertività internazionale ed europea del nostro paese, che è la fiction più narrata in queste settimane. Sta di fatto che questo evento quasi epocale è stato semplicemente uno scambio di cortesi vedute e una reiterazione di richieste italiane, come non poteva essere altrimenti. Ma i giornali ci regalano lo stesso dei fantasmagorici “Von Der Leyen tratta con Meloni che apre sul MES“, “L’inatteso feeling di Giorgia con Bruxelles“, “Asse Giorgia-Ursula“, e altre amenità del genere.

Sul PNRR, ad esempio, che vuole l’Italia? Se scorrete gli articoli di oggi ma anche delle ultime settimane, non si comprende. E questo lo dico da mesi. Vogliamo solo più tempo per i lavori? Più soldi dopo aver tirato tutto quello che potevamo tirare, e oltre? Vogliamo la scala mobile sul costo degli appalti? Mistero. E se volessimo più soldi, per che farci? Dare sussidi ai consumi correnti o fare più investimenti ambientali in aggiunta a quelli che, assai faticosamente, cercano di vedere la luce?

Se qualche editorialista, più o meno di sistema, volesse fare questa domanda al governo, gliene saremmo grati. Dopo aver illustrato lo “storico” summit, s’intende. Per ora, pare di cogliere che “Meloni apre al MES”, che non è chiaro che voglia dire se non che l’Italia ratificherà, per ultima, la revisione del trattato sul fondo di stabilità, magari dopo aver cercato di servirsene come moneta di scambio. Speriamo di no, visto che si sta in parallelo negoziando la riforma del patto di stabilità e non credo che l’Italia goda di rilevanti leve negoziali, neppure prendendo ostaggi immaginari.

Poi c’è il tema del “fondo sovrano europeo” con cui rispondere all’Inflation Reduction Act americano, che tanti mal di pancia suscita negli europei perché rischia letteralmente di drenare aziende dall’Europa, grazie a corposi sussidi ambientali. La proposta di Von Der Leyen è in pubblica consultazione ma resta da capire come si svilupperà. Ad esempio, pare che prima verranno allentati i vincoli agli aiuti di stato e poi si parlerà del fondo sovrano.

Ovviamente, all’Italia ciò non sta bene, visto che siamo privi di capacità fiscale autonoma, mentre i tedeschi e anche i francesi potrebbero partire prima per garantirsi condizioni di vantaggio competitivo. Continua dunque a non essere chiaro che vuole l’Italia. Soldi per sussidi o per investimenti?

Burro, cannoni o debito?

Leggo di dichiarazioni sull’imprescindibile ruolo in pandemia del SURE, che è servito a pagare la cassa integrazione a condizioni di costo del debito molto vantaggiose (per noi italiani), rispetto all’emissione diretta di Btp. E quindi, che vogliamo? Altro simil-SURE per che farci? Tagliare le accise sui carburanti a botte di un miliardo al mese, magari, per lenire lo psicodramma tipicamente italiano di questi giorni, dove ignoranza economica e cinismo politico ci stanno facendo fare un bel balzo indietro ai bei tempi andati dell’annonaria?

Leggo anche che l’Italia potrebbe rastrellare i “cento miliardi” di debito del Recovery Fund non ancora tirato dai paesi che, saggiamente, hanno deciso di non impiombarsi di debito. Sarebbe una plastica evidenza della tossicodipendenza da debito di questo paese e mi auguro che i governi europei rigettino questo tipo di richieste, che sarebbero un tentativo di suicidio economico ad alta probabilità di successo. Oppure leggo di favoleggiati dirottamenti del RePower Eu o dei fondi di coesione della programmazione ordinaria dei fondi Ue ma continua a non essermi chiaro per farci cosa: spesa corrente o investimenti? E di che tipo?

E ancora: ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha incontrato il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Pascal Donohoe, che capita sia anche presidente del consiglio dei Governatori del MES, come abbiamo cercato di spiegare sempre ieri, soprattutto al presidente dei banchieri italiani.

C’è questa impellente e indefinita esigenza italiana di “combattere l’inflazione”, ma non è chiaro come. Usando soldi per ridurre le accise e altre voci di costo? Ovviamente, Donohoe non ha potuto che dirsi d’accordo col principio, senza dettagliare oltre. Forse qualche suo collaboratore gli ha suggerito di assecondare sempre quello che dicono gli italiani.

Rompere il porcellino salvadanaio del MES

Leggo che la stessa Meloni avrebbe chiesto un incontro al nuovo direttore generale del MES, Pierre Gramegna, per illustrare le modifiche che l’Italia vorrebbe apportare all’istituzione. Ma non è chiaro perché andare a chiederle a un tecnocrate che non ha alcun potere in materia, visto che è solo un primus inter pares nel consiglio di amministrazione, che agisce su input politico del consiglio dei governatori. Anche questo ve l’ho spiegato, ricordate?

Pare che la motivazione di Meloni sia “pensate quante meravigliose cose potremmo fare, con i soldi del capitale del MES restituiti ai paesi”. Per l’Italia sono 14 miliardi, potremmo ad esempio usarli per tagliare le accise di 40 centesimi per 14 mesi. “Ah, no?” Ma soprattutto, oltre a sbagliare completamente interlocutore, ci rendiamo conto (almeno noi, Meloni non credo), che in tal modo stiamo di fatto chiedendo la chiusura del MES?

Ci sono poi i fini analisti politici, sottospecie (anzi, sovraspecie) dei retroscenisti, che già stanno copiosamente salivando per il tentativo di Meloni, nel suo ruolo di presidente dei conservatori europei, di agganciare i Popolari e creare un’alleanza che, dopo le prossime elezioni europee, potrebbe imprimere una presunta svolta alla politica continentale. E da qui, è il sottinteso ma non troppo, l’Italia potrebbe anche guadagnarci in senso economico.

Tutto molto suggestivo se non fosse che i paesi e i loro eletti sono mossi da una cosina chiamata “interesse nazionale”, che tra le altre cose prevede di evitare di sussidiare altri petulanti partner economici, a prescindere da apparentamenti a famiglie ideologiche tra governanti pro tempore. Confido che gli italiani riusciranno a comprenderlo, prima o poi.

Quindi, per riassumere: non è chiaro che voglia fare l’Italia da grande, se insegua nuovi sussidi e punti a nuovi buchi mediante debito da iniettarsi in vena. È tutto un work in progress, dietro questi “vertici” di potere e potenza. A debito di qualcuno.

  • Aggiornamento del 12 gennaio: dare inutile contenuto politico all’incontro conoscitivo e di cortesia istituzionale con un alto burocrate? Fatto. Facciamoci riconoscere sempre, mi raccomando.

Photo by governo.it – (CC BY-NC-SA 3.0 IT)

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