Le gemelle Meloni e le accise della realtà

Nel putrescente stagno della politica italiana, dove rane di Fedro si gonfiano all’inverosimile, spalleggiate da organi di stampa che ne rilanciano i rutti frammisti a gracidii e ne amplificano i peti al punto da far credere che si tratti del maggior giacimento di metano scoperto in Europa da decenni, è andato in scena lo psicodramma delle accise sui carburanti.

Antefatto: il governo Meloni ha, opportunamente, deciso di far scadere il taglio deciso dal governo Draghi. In due passaggi, le accise sono state pienamente ripristinate. A quel punto, non è chiaro come e perché ma, come in un remake alla Orson Welles della “Guerra dei mondi“, si è sparsa la voce che i prezzi dei carburanti erano finiti “fuori controllo”.

Orson Welles alla pompa

Di bocca in bocca, l’orrida notizia è lievitata come un mostruoso blob uscito da una oscura palude. Gente che giurava di aver visto “oltre 2,50 al litro”, cugini arruolati di vedetta con binocolo puntato sulle pompe, un paese mobilitato. I giornali a pestare sulla grancassa: “fuori controllo, fuori controllo, moriremo tutti!”. Immancabili automobilisti usciti da un film dei Vanzina ritratti mentre strepitano alle pompe “ahoooò, e ‘mmo ‘bbasta!

Anche alcuni esponenti politici, assurti agli onori delle cronache per la loro indubbia capacità di selezionare pregiati soprammobili d’ebano destinati a cadere in testa ai loro creduli e moralmente superiori elettori, hanno iniziato a postare foto (senza data o altri riferimenti temporali) di cartelli da raccapriccio con prezzi dei carburanti che impennano sgommando. Eppure le BR ce lo avevano insegnato: foto del rapito con quotidiano del giorno in primo piano.

È stato a quel punto che due partiti di maggioranza, quelli cosiddetti junior che putacaso affrontano una seria minaccia di estinzione, soprattutto stando dentro questa coalizione con questa alleata, hanno iniziato a dimenarsi furiosamente, chiedendo interventi urgenti di Guardia di Finanza, esercito, nucleo palombari, guardie campestri d’autostrada. Un tetto, presto!, era il lancinante urlo di dolore. Qualche collega di partito della premier, mosso a suggestione, si era incautamente lanciato a ipotizzare che “1,80 buono, 2 speculazione”. Augh.

Per un attimo, il mondo si è fermato: ignorata la guerra, c’erano solo le accise, nuova-vecchia parola magica in bocca agli italiani. Esperti e meno esperti hanno spostato i virologi, peraltro già col fiatone da tempo, prendendosi la scena per cercare di spiegare, capire, analizzare: è l’embargo dei prodotti raffinati russi, da inizio febbraio, il mercato si porta avanti; no, sono le fasi lunari che si abbattono sul nostro meraviglioso paese e sulla sua joie de vivre, perché noi valiamo. No, è stata la guerra d’Abissinia. Insomma, un casino.

Poi, un giorno, silenziosamente, qualcuno è andato a verificare l’andamento dei prezzi medi di carburanti e combustibili sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, e si è compiuta la feral scoperta. L’aumento medio era quasi perfettamente coincidente con il ripristino delle accise al livello originario. Anzi, un filo meno.

Quando c’era LVI, le accise partivano in orario

Nel frattempo, il governo aveva già convocato il Comandante Generale della Guardia di Finanza e si accingeva a un consiglio dei ministri di guerra ma non per occuparsi della guerra vera, i giornali tuonavano contro i “furbetti delle pompe”, si invocava la polizia annonaria contro i borsaneristi. Pareva di essere tornati ai ruggenti anni Quaranta, quando la nostra patria faceva tremare il mondo. Credo. “Perché, quando c’era LVI, le accise partivano in orario, cara lei!”

Quel consiglio dei ministri ha deliberato l’obbligo per i gestori di stazioni di servizio di esporre in bella vista il prezzo medio nazionale del giorno precedente, affianco al proprio. Per consentire agli automobilisti privi di smartphone con app-osita app di verificare le differenze, sbraitare contro gli spekulatori, invocare “una bella dittatura, ché è quello che ci serve”, e in caso cercare un’altra pompa.

Tutto è bene quel che finisce bene, quindi? No. Nel frattempo, sui social prendeva a girare un video del 2019 in cui Giorgia Meloni, travestita da Paola Taverna (o forse è il contrario, devo verificare), sbraitava contro le accise, “Ihhh, anvedi ‘ste accise che ‘sso’ ‘na vergogna, ahooooò!“. Meloni, oggi impegnata a coltivare la propria figura di statista equilibrata e pensosa “per il bene ‘ddaaa nazzione“, si presenta in video sui social con la sua agendina modello Hello Kitty.

YouTube video

L’ingrugnatura d’ordinanza, tipica di chi ha sulle spalle il peso di un paese di zuzzurelloni, la premier spiega che quel video è del 2019, che da allora è cambiato tutto, ma soprattutto “il punto è che si fanno i conti con la realtà con la quale ci si misura”. E qui mi parte la lacrimuccia ed estraggo il gagliardetto del Partito della Realtà, a cui sono orgogliosamente iscritto da sempre.

Ma, c’è un ma. Capita che i nostri politici scoprano l’esistenza della realtà solo quando giungono nella stanza dei bottoni. Solo per scoprire che quei bottoni non funzionano, sono finti. Sino a poco prima, in campagna elettorale, è tutto un tripudio di promesse di spezzare le reni alla realtà medesima. Sapete che i nostri politici hanno una serie di gemelli di riserva, no? Li estraggono all’occorrenza, a volte ci litigano furiosamente in pubblico. Ecco, quelli.

Meloni uno a meloni due

Quindi ora, “Meloni uno a Meloni due”, c’è grossa crisi e c’abbiamo da lavora’. E inoltre, quel video di Paola Taverna travestita da leader ‘ddda opposizzione è vecchio, e nessuno ha parlato di tagliare le accise durante l’ultima campagna elettorale, dice la premier. Al che, in un rigurgito di fact checking, si scopre che nel programma di Fratelli d’Italia c’era l’intervento sulle accise, e persino al punto 17, manco l’avesse scritto Salvini in un moto di auguri. Recita il testo: “sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”.

Che dovrebbe voler dire che, se i prezzi si alzano, abbassiamo le accise in pari misura. Antico sarchiapone della politica italiana, travestito da proiettile d’argento. Chiamata anche “accisa mobile“, dal lontano 2008. Scomparsa dai radar e dai prezzi dei carburanti, ricompare durante le campagne elettorali, appunto. Per poi sparire a elezioni concluse. A chi scopre il perché, in premio un pieno. Ma, dopo questa rivelazione programmatica, Meloni invia una nota in cui si dice che quel punto è legato al verificarsi di un aumento di entrate, che oggi non c’è.

Ma aumento di quali entrate? Di quelle da imposte indirette sui carburanti? Di tutte le indirette? Di altro? Perché sappiamo che l’inflazione gonfia dapprima soprattutto il gettito delle indirette, mentre il fiscal drag si aggiunge a creare nuovi “ricchi” nominali e a tassarli. Quindi, non sapremmo dire. Resta la sensazione che Meloni sia stata aggredita dalla realtà. Il che non è male. Ah, scordavo: una bella e costosa legge per neutralizzare in automatico il fiscal drag, quando?

Ma sino a che punto gli elettori, che sembrano dare fiducia al partito della premier per il solito effetto aura che accade durante la luna di miele governativa, riusciranno a convivere con questa nuova statista preoccupata per i conti pubblici dopo aver invece convintamente votato una popolana che sbraitava? Ai posteri l’ardua sentenza.

Per tutto il resto, la decisione di cessare il taglio delle accise è corretta, perché lo sconto generalizzato è regressivo e costoso. L’ideale sarebbe quello di dare una carta carburanti ai soggetti più bisognosi, al netto delle difficoltà a identificare correttamente questi ultimi. Ma non divaghiamo. Un giorno qualcuno dovrà pur rendersi conto che questo carico di fiscalità che esce dalle fottute pareti è il naturale prodotto di un paese che fa del tassa e spendi la propria ragion d’essere, mentre implementa misure di policy che frenano la crescita, facendo calare il gettito. Ma dove l’ho già letta/detta, questa?

Photo: Edward Hopper, Gas – Oil on canvas, Museum of Modern Art, NYC

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