Una moneta unica per il Sud America? Il renminbi

La non notizia del giorno oggi è offerta dal Financial Times, che la spara in home page: “Brasile a Argentina iniziano i preparativi per una valuta comune”. Niente meno. Questo è un tema carsico, che riaffiora negli anni. Si iniziò a parlarne già ai tempi di Carlos Menem alla Casa Rosada; poi lo riprese l’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Una fiaba ricorrente, insomma.

Una fiaba carsica

Sarà che ho poco intuito e ancor meno competenze, ma davvero non riesco a vedere la creazione di una moneta comune tra i due giganti perennemente malati di un continente che continua a non stare benissimo, malgrado la benedizione (ma forse è una vera maledizione, come la storia insegna) di una ricca dotazione di materie prime.

A quanto risulta al FT, i due paesi discuteranno del progetto nel corso della visita del presidente brasiliano Lula a Buenos Aires questa settimana, e inviteranno altri paesi della regione. Obiettivo è quello di spingere il commercio regionale e ridurre la dipendenza dal dollaro, soprattutto ora che siamo in una fase di stretta monetaria statunitense, che tende a fare male ai paesi emergenti. L’idea pare anche essere quella di un’unione “di progresso” contro gli yankee.

Una moneta come l’euro, con la scomparsa di peso e real? Oppure una unità di conto terza, con cui gestire il commercio estero? Ma quale convergenza esiste tra le due economie, oltre al necessario interscambio commerciale indotto dalla prossimità geografica e che lo scorso anno ha visto una forte ripresa? Oppure una moneta digitale? Quale che sia la forma, ovviamente serve pensare prima a un coordinamento macroeconomico e fiscale sempre più stretto.

Forse la notizia, fatta filtrare da fonti vicine al ministero argentino dell’economia, è un ballon d’essai verso la presidenza Lula, ricordando che la banca centrale brasiliana è da sempre risolutamente contraria all’ipotesi. Non è difficile comprenderne i motivi.

L’Argentina ha problemi macroeconomici ben più gravi, dai quali continua a non riuscire a estrarsi, dovendo periodicamente ricorrere all’assistenza dell’odiato Fondo Monetario Internazionale, che in passato ha pure messo nei guai Buenos Aires per eccesso di vicinanza politica di Christine Lagarde all’ex presidente Mauricio Macri, a sua volta prossimo a Donald Trump che aveva iniziato la politica della lesina neo-isolazionista verso le istituzioni internazionali.

Sfruttare la fame mondiale di materie prime

In questi giorni si terrà la riunione della Comunità degli stati latino americani e caraibici (CELAC), che sarà occasione per un tentativo di “fare fronte”, rigorosamente progressista, e gestire la grande fame del mondo per i minerali, gli alimentari e il petrolio latino americani. Opportunità per fare anche una robusta redistribuzione senza ammazzare la gallina dalle uova d’oro, per i nuovi e vecchi leader della sinistra regionale, tra cui Lula, l’argentino Alberto Fernandez, il cileno Gabriel Boric (dopo la clamorosa bocciatura di una revisione costituzionale che pareva scritta al bar di Guerre Stellari), il colombiano Gustavo Petro, gli immancabili cubani del post castrismo guidati da Miguel Diaz-Canel, il sopravvissuto venezuelano Nicolas Maduro.

Tornando alla futuribile moneta unica, come farla avanzare? Con una banca centrale comune? E con quale mandato? L’indipendenza monetaria? Il divieto di stampa di moneta? Ma di quella l’Argentina non riesce a fare a meno, avendo una dipendenza patologica, e in Brasile lo stesso Lula di recente ha definito “sciocca” l’idea che un governatore di banca centrale scelto dal presidente possa essere meno indipendente, oltre ad aver suggerito di alzare il corridoio di inflazione che la banca centrale deve mantenere. Insomma, stampa che ti passa. Mentre è in corso lo smantellamento del tetto costituzionale alla crescita della spesa pubblica in termini reali.

Già immaginiamo cosa accadrebbe, se mai nascesse una banca centrale comune latinoamericana, con obiettivo di perseguire e mantenere la stabilità monetaria. Ululati di dolore e denunce di complotti per impoverire il ricco continente, con mandanti le multinazionali occidentali e i loro governi fascisti. Amen.

L’amico cinese

La realtà è che la “moneta unica” di cui favoleggiano i leader progressisti latino americani per emanciparsi da Washington (antica aspirazione a cui in Salvador il presidente Nayib Bukele credeva di aver risposto col bitcoin), forse c’è già: si chiama renminbi.

L’Argentina ha di recente potenziato l’accordo con Pechino per una linea di swap in renminbi che appare in realtà un credito di fornitura dei cinesi ai latino americani, oltre che la testa di ponte con cui aumentare la penetrazione commerciale e di investimenti diretti. Nel frattempo, altri paesi sudamericani hanno aumentato la quota di renminbi nelle riserve valutarie delle rispettive banche centrali, per riflettere il crescente interscambio commerciale.

Considerando la storia del continente e dei suoi eterni satrapi, la profezia è quella di una crescente dipendenza finanziaria da Pechino, in nome della “indipendenza” da Washington. Per sfuggire alla dittatura del dollaro, e finire dritti in braccio alla immaginaria onlus planetaria.

Photo by Casa Rosada (Argentina Presidency of the Nation), CC BY 2.5 AR, via Wikimedia Commons

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