Le idee zombie che prosperano nel Belpaese

C’è chi, come Paul Krugman, le definisce “idee zombie” e ci ha pure scritto un libro. Sono le proposte strampalate e prive di raziocinio oltre che di base fattuale che, a intervalli regolari, la politica e i politici rilanciano per pigrizia “intellettuale”, usandole come fischietti a ultrasuoni per elettori creduli e per cementare alleanze sotto la cortina fumogena di illusioni collettivamente condivise. Questa condizione è presente, in misura in apparenza ancora più marcata, in Italia, dove a ogni campagna elettorale (incluse quelle di condominio), c’è chi apre i cassetti e consegna tutto quel ben di dio di nulla e vapori lisergici ai social media manager e alla stampa, per lo stanco rilancio. Si (ri)apra il dibattito, proclamano garruli gli anfitrioni di quella poltiglia maleodorante che sono i teatrini tv.

Idee zombie fuori dai cassetti

Si tratta di stanche tecniche di marketing e di comunicazione, non riguardano solo la politica. Ad esempio, ieri è inopinatamente ricicciato lo spin del “treno super veloce” che unisce Milano a Roma in -meraviglia!- due ore e quarantacinque minuti. Non si tratta di nuovo rotabile né di upgrade della rete, per gestire velocità più elevate. No, si tratta banalmente di un no-stop tra Milano Rogoredo e Roma Tiburtina. C’è qualcosa di innovativo, in ciò? No, non c’è, ma a intervalli regolari torna. La marmotta italiana prende il treno. A volte anche per immaginare di comprarsi compagnie aeree tricolori rigorosamente morte e costruire ardite integrazioni commerciali e societarie. Lo chiamano “fare sistema”.

Lo zombie italiano forse più celebre e anziano è il contrasto d’interessi. Scarichiamo tutto “come in America” (certo, certo), e via verso nuovi traguardi. Questo proiettile d’argento al momento appare tornato nei cassetti ma vedrete che, come ogni zombie che si rispetti, tornerà a dilettarci.

Poi c’è l’enorme filone della liquidità sui conti correnti degli italiani. Erosa dall’inflazione, concupita dalle società di gestione che comprano spazi pubblicitari sui giornali sotto forma di dorsi dedicati al risparmio. Tende a sovreccitare anche la politica, che vorrebbe incanalare ricchezza verso la Nazione, come usa dire ora. E denunciare questa disfattista esterofilia di voler investire i risparmi all’estero. Forse “l’estero” è un filo più grande della Penisola, e forse per questo le opportunità di investimento sono più numerose e robuste.

Come che sia, i saldi liquidi degli italiani, che sono frutto di movente precauzionale ma anche di scarsa alfabetizzazione finanziaria, sono predestinati a due cose: sottoscrivere il nostro debito pubblico, ora che la Bce si è “messa in sciopero” (bei tempi, eh?), e stimolare l’economia reale, il nostro private equity, venture capital e tutte le formule che andrebbero opportunamente tradotte nella lingua di Dante, il noto esponente conservatore e sovranista della fantasia di qualche ministro pro tempore.

Datemi una garanzia pubblica e solleverò il debito

Oggi il Corriere intervista il presidente del fondo pensione dei metalmeccanici italiani, l’economista Riccardo Realfonzo, il quale puntualmente rilancia il suo pet project per “allargare la base produttiva del paese, minata da trent’anni di politiche di austerità”. Detto proprio così. E quindi, nel nome magico delle “politiche industriali”, tornate prepotentemente di moda ora che la globalizzazione è morta e il neoliberismo non si sente tanto bene (almeno secondo una ricca pubblicistica), ecco l’idea per fare affluire capitali italiani a imprese italiane.

Ma come farlo? Realfonzo rilancia la sua vecchia idea: una garanzia statale di rendimento, “con una soglia sotto la quale interverrebbe lo stato coprendo il differenziale”. Come non averci pensato prima? L’investimento è rischio ma noi vogliamo affermare la liberazione dell’homo italicus dalla schiavitù delle cosiddette leggi economiche. Un bel paracadute, e il rischio scompare. Terra di viandanti, date loro ristoro.

E quale sarebbe questa soglia minima di rendimento? Realfonzo suggerisce il “rendimento” del trattamento di fine rapporto. Cioè la rivalutazione del risparmio previdenziale rimasto in impresa, che avviene secondo un formuletta: 1,5% fisso più i tre quarti del tasso d’inflazione. Quindi, tutti gli investimenti tricolori che non raggiungessero questo tasso, avrebbero l’intervento di Pantalone e vissero tutti felici, contenti e mondati dal rischio, entità che fa parte della mistica neoliberista e che come tale va espunta dai nostri orizzonti.

Confesso che non capisco perché fissare questo tasso di riferimento, nel senso che nulla c’entra con la remunerazione degli investimenti corretti per il rischio (ecco, di nuovo il rischio!). Ma l’inflazione ci mette lo zampino, e strappa la soglia al rialzo. Ad esempio, col carovita al 10%, la soglia di rendimento minima garantita sarebbe del 9%. Poco? Tanto? Non so, dipende dalla rischiosità del progetto.

Un tasso che c’entra poco

E quando c’è bassa inflazione? La soglia minima garantita abbasserebbe l’asticella a livelli che, auspicabilmente, non scomoderebbero i contribuenti italiani. Ma sarebbe altresì talmente bassa da mettere in gioco investimenti dal ritorno risibile. E, temo, anche una discreta dose di azzardo morale, temo: pensate a quanti fondi tricolori di venture capital e private equity avrebbero l’onore di investire in pizzerie quattropuntozero.

Il tutto ammesso e non concesso di aver stabilito le modalità di intervento della garanzia pubblica, dove il demonio si anniderebbe confortevolmente. Al termine del ciclo di vita degli investimenti, lungo un arco pluriennale? Ogni anno, introducendo così una terribile volatilità di breve termine alla spesa pubblica e mandando a farsi benedire il concetto di “capitale paziente”, nel cui nome a dire il vero in passato sono state proposte anche autentiche porcherie?

Non è dato sapere. Questo singolare mischione tra rivalutazione del Tfr e rendimento degli investimenti, con le casse pubbliche prese nel mezzo, sarebbe la leva strategica per gestire l’agognato rilancio delle “politiche industriali” in Italia, almeno secondo il presidente di Cometa.

Ora, io comprendo che gli economisti abbiano il naturale desiderio di mettere la propria firma su proposte rivoluzionarie, vere o presunte tali. Del resto, tendono a considerarsi un po’ i demiurghi della nostra era, a volte eccedendo in autostima. Ma forse un po’ più di prudenza e discernimento non guasterebbero. Forse il professor Realfonzo dovrebbe proseguire solo nella meritoria azione di lobbying per il risparmio previdenziale, per abolire ad esempio la tassazione dei rendimenti in fase di accumulo. Che, per la nota “magia” della capitalizzazione composta, finisce con l’ammazzare il montante previdenziale integrativo.

Per tutto il resto, smettiamo di partire dal tetto e occupiamoci delle fondamenta. Creare le condizioni per la crescita, e i capitali affluiranno nel nostro meraviglioso e incompreso paese. Anche e soprattutto dall’estero. E potremo finalmente dare degna sepoltura alle idee zombie che si aggirano per l’Italia.

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