Pensioni tedesche, willkommen in Italien

In Germania, la maggioranza di governo appare orientata ad accogliere le 33 proposte di riforma pensionistica suggerite da una commissione mista di esperti e politici. Il Cancelliere Friedrich Merz ha detto che le misure devono essere adottate nella loro totalità e non selettivamente; la ministra del Lavoro, la socialdemocratica Bärbel Bas, gli ha fatto eco, parlando di “stato dell’arte”. Ma di che si tratta, in concreto?

L’età di pensionamento legale, cioè la nostra pensione di vecchiaia, è resa dipendente dall’aspettativa di vita nella misura di due terzi dell’incremento di quest’ultima. Il che significa, secondo i calcoli della commissione, 67,5 anni nel 2041, 68 nel 2051 e 70 entro il 2091. Verrebbe rimossa l’opzione di pensionamento anticipato a 63 anni senza penalità, con 45 anni di contributi. Pronta reazione di sdegno da parte dei sindacati, che hanno già sollevato il tema dei lavori usuranti. Specularmente, sono previsti maggiori tagli di benefici per i pensionamenti anticipati, che oggi rappresentano uno dei principali rubinetti aperti di spesa previdenziale.

Faranno come la Svezia. Forse

Altra innovazione interessante: parte dei contributi previdenziali dei lavoratori, partendo con lo 0,5% della retribuzione per arrivare all’obiettivo del 2%, verrebbero investiti nei mercati dei capitali, secondo un criterio a capitalizzazione. Questo è il modello svedese, in vigore da quasi trent’anni, dove il prelievo previdenziale in busta paga è pari al 18,5%, di cui il 2,5% viene investito in strumenti di investimento, selezionabili da un’ampia platea identificata da un’agenzia pubblica.

Questo è quello che qualcuno, in Italia, al solito equivocando, pensava fosse parte dei piani di risparmio individuali agevolati. In Svezia non è peraltro consentito investire in strumenti non quotati quel 2,5% di contributi obbligatori destinati a capitalizzazione. Da noi, per contro, c’è gente che vorrebbe costringere fondi pensione e casse previdenziali a investire nella leggendaria “economia reale”.

Ma l’occasione fa il politico ladro e, soprattutto, il diavolo si nasconde nei dettagli. Bisognerà valutare quale sarà l’universo investibile per la componente a capitalizzazione dei contributi previdenziali tedeschi. Nel frattempo, come riporta il Financial Times, un economista consigliere del ministro delle Finanze, il socialdemocratico Lars Klingbeil, ha già suggerito di investire quella quota in “progetti infrastrutturali”. Occhio: passare dalle lodi del mercato dei capitali “che ci consentirà pensioni più alte” a dirottare quei soldi in funzione di supplenza della spesa pubblica, compresa quella corrente, è un attimo. E il tema, come si nota, è sempre meno italiano e sempre più europeo.

Tra le altre raccomandazioni della commissione c’è anche quella di portare nel sistema pensionistico usato nel settore privato dipendenti pubblici e parlamentari, oggi esenti da contribuzione.

Viene anche sollecitata una riforma dei cosiddetti minijobs, introdotti dal governo di Gerhard Schroeder per aumentare il tasso di occupazione e che sono oggi considerati la trappola che impedisce di lavorare a tempo pieno. La proposta prevede di assoggettarli alla contribuzione previdenziale piena a carico del datore di lavoro. Interessante, vedremo se finirà ad alimentare il sommerso.

Il sistema previdenziale tedesco a ripartizione sta affrontando deficit crescenti, destinati ad ampliarsi per dinamiche demografiche, per tacere del rischio di deindustrializzazione. Entro il 2036, 16,5 milioni di baby boomer andranno in pensione ma solo 12,5 milioni di persone entreranno nelle forze di lavoro, secondo stime dell’Istituto per la Ricerca economica di Colonia.

Nel 2024, lo stato ha speso 118 miliardi di euro per chiudere i buchi del sistema, circa un quarto del bilancio federale complessivo. Quella quota potrebbe arrivare al 50% entro i prossimi vent’anni, secondo alcuni economisti.

Fertilizzante per il populismo

La riforma di pensioni e welfare è parte integrante del programma di coalizione del governo tedesco ma rischia di finire sotto la scure delle proteste, come accade ovunque. Sarà tutto carburante per le opposizioni e per i populismi di destra e sinistra, che già volano alto in tutto il continente. Il governo Merz cadrà e verrà sostituito da altro le cui forze, in campagna elettorale, prometteranno fiumi di caffellatte e montagne di marzapane. La strada è tracciata. Ed è parte del declino dell’economia del welfare che la crescita che fu ha regalato all’Europa, e che è stato considerato dagli europei come un diritto naturale.

Ma, come ripeto da tempo, quando la crescita scarseggia, il welfare non galleggia. Ed è a quel punto che entrano in scena i demiurghi. Sia sotto vesti di carismatici visionari entro vincoli di realtà, magari dopo aver avuto qualche parziale successo in ambito locale, che è cosa assai diversa da quello nazionale (qualcuno ha detto Andy Burnham?), oppure i demagoghi senza freni inibitori, che sobillano disoccupati, sotto-occupati e classe media minacciata di impoverimento.

Vedrete: anche in Germania, tra poco, molto poco, spunteranno politici e sindacalisti che diranno che, separando l’assistenza dalla previdenza, il sistema pensionistico è in equilibrio. Seguiranno quelli che chiederanno la patrimoniale “contro le pensioni da fame”, con dietro il codazzo di quelli che intimeranno di non toccare le pensioni ma anzi di introdurre “pensioni di garanzia” per i giovani che staranno molto peggio di genitori e nonni. I politici di orientamento conservatore diranno (hanno già iniziato) che il problema dell’insufficiente produttività si risolve lavorando di più.

Tutto è parte del declino europeo. Di cui l’Italia è stata la fiera avanguardia.

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