Milei e l’iceberg del lavoro

In Argentina, a poco più di un anno dalle presidenziali, Javier Milei deve affrontare un fenomeno che si è rapidamente portato in cima alle preoccupazioni dell’elettorato: il lavoro, in termini di quantità ma soprattutto di qualità. Milei ha sin qui ridotto in modo sostanziale l’inflazione, che tuttavia resta elevata per gli standard occidentali. La disinflazione ha a sua volta prodotto robusti miglioramenti delle metriche di povertà ma il mercato del lavoro resta in crisi.

Nel senso che, per il secondo anno consecutivo, l’economia del paese cresce in termini di Pil ma l’occupazione salariata privata registrata, cioè quella associata a un rapporto di lavoro formalizzato e ai relativi contributi previdenziali, è in diminuzione. Una tendenza che la legge di riforma del mercato del lavoro doveva contribuire a invertire.

Manifattura e costruzioni guidano le perdite di occupazione formale mentre crescono i “lavoretti” nell’ambito dei servizi di consegna e ride-hailing.

Lavoro formale sofferente

Dall’insediamento di Milei alla primavera del 2026 l’occupazione salariata privata registrata (cioè formale) ha perso oltre 235 mila posti, una riduzione di circa il 3,7%. A questi si aggiungono la contrazione dell’occupazione pubblica, effetto della “motosega” di Milei, che ha perso 73 mila posti, e quella del lavoro domestico registrato. Il numero di datori di lavoro del settore privato è sceso a 482.000 aziende, il livello più basso dal 2007, secondo il think tank Fundar.

Nel frattempo sono aumentati i cosiddetti monotributisti, una figura di lavoratore autonomo che potremmo, molto approssimativamente, assimilare ai nostri autonomi forfettari. Il monotributo è un regime fiscale semplificato argentino per lavoratori autonomi e piccoli imprenditori. Chi vi aderisce paga con un unico versamento mensile una somma che incorpora, a seconda della categoria e della situazione, imposte e contributi previdenziali. Può quindi operare legalmente e fatturare, senza essere un dipendente.

Il monotributo entra quindi nelle statistiche del lavoro formale, pur trattandosi di lavoro autonomo e non salariato. Il suo aumento non equivale dunque automaticamente a un aumento dell’informalità. Il problema è che, parallelamente, l’informalità vera e propria sta crescendo in modo preoccupante.

Nel primo trimestre di quest’anno il tasso di informalità, calcolato dall’istituto statistico nazionale INDEC, ha toccato il 44,2% degli occupati, 2,2 punti in più rispetto a un anno prima e il massimo dall’inizio di questa serie storica, nel quarto trimestre del 2023. L’ordine di grandezza è di circa 8,5 milioni di lavoratori, se i dati della rilevazione vengono estrapolati all’intera popolazione urbana. La definizione dell’INDEC è inoltre più ampia di quella che in Italia chiameremmo semplicemente «lavoro nero»: considera la mancata copertura da parte delle norme rilevanti sul piano lavoristico, fiscale o previdenziale e riguarda anche lavoratori autonomi.

Il tasso di disoccupazione invece era al 7,8%, circa 1,1 milioni di persone, nei 31 agglomerati urbani in cui il paese è suddiviso. Il 60% di essi provengono da quattro settori: manifattura, costruzioni, commercio al dettaglio e lavoro domestico.

Le cattive notizie per il sofferente settore formale non sono finite: a giugno 2026, il salario reale medio del settore privato registrato è sceso dello 0,9% nel mese, dopo il -2,9% di maggio, e si trova ora a -0,6% rispetto a novembre 2023, mese precedente all’insediamento di Milei. È la prima volta in 20 mesi che l’indicatore torna sotto quel livello, dato che ha ovvia rilevanza politica.

E anche la stabilità dell’occupazione formale peggiora: secondo un’analisi del Banco de la Provincia de Buenos Aires, basata sui dati dell’istituto statistico argentino, appena 76 lavoratori salariati privati registrati su 100 risultano ancora nello stesso posto dopo dodici mesi, il dato più basso dell’ultimo decennio.

L’economia argentina mostra un evidente dualismo: declino dei settori legati alla domanda interna ed espansione di alcune attività di esportazione. Vediamo in dettaglio. Milei ha rapidamente rimosso i dazi su molti settori merceologici, aprendoli alla concorrenza internazionale. Ciò, assieme alla sopravvalutazione del cambio in funzione anti inflazionistica, ha determinato un aumento di importazioni che ha colpito duramente i settori legati alla domanda interna, uscita più debole dall’ultima recessione in conseguenza della posizione fiscale restrittiva del governo, che oggi ha raggiunto un avanzo di bilancio pubblico, sia primario che complessivo.

Per contro, il boom dei prezzi delle materie prime sui mercati globali e lo sviluppo degli enormi giacimenti di shale oil e gas di Vaca Muerta, i maggiori del mondo, hanno alimentato l’export pur in presenza di un cambio del peso sopravvalutato. Nel 2026 l’Argentina ha beneficiato anche di un raccolto eccezionale e di volumi esportati record. Nei primi sei mesi dell’anno le esportazioni complessive sono quindi aumentate del 24,4%, con contributi importanti da grano, petrolio greggio, oro e litio; la crescita deriva sia da maggiori quantità sia da prezzi più elevati. Ma il boom di export di settori ad alta intensità di capitale non ha prodotto benefici corrispondenti sull’occupazione.

In sintesi: cresce il settore orientato all’export ma ad alta intensità di capitale, mentre quelli domestici soffrono per la posizione fiscale restrittiva e il cambio sopravvalutato. Ciò contribuisce a creare pressione sul settore formale, che perde occupazione anche se la perdita è frenata inizialmente dallo sviluppo “necessitato” del lavoro autonomo in regime di monotributo. Ma, quando anche questo diventa troppo oneroso per le condizioni della domanda, si finisce nell’informalità conclamata, che spesso coincide col settore dei non tradeable goods. I “lavoretti”, appunto.

Una riforma a vuoto, per ora

E la Ley de Modernizacion Laboral, entrata in vigore a marzo e che ha come obiettivo strategico proprio l’aumento di occupazione registrata? La legge aveva tra i capisaldi la riduzione dell’elevato costo dei licenziamenti, che di solito è il principale ostacolo alle assunzioni, ma prevedeva anche una riduzione esplicita del costo del lavoro, attraverso il cosiddetto Régimen de Incentivo a la Formalización Laboral (RIFL): per le nuove assunzioni effettuate nel periodo previsto dalla legge, le imprese possono beneficiare per 48 mesi di una forte riduzione delle contribuzioni sociali, portandole al 5% per i nuovi lavoratori ammessi al regime.

Come si osserva, queste sono misure “classiche”, del tipo che noi italiani conosciamo bene. Nulla di libertariamente rivoluzionario, insomma. Il punto vero però è che se un’impresa non assume perché non ha abbastanza domanda, abbattere il costo contributivo non crea automaticamente un posto di lavoro.

E se una persona che perde un impiego formale non trova un’altra impresa disposta ad assumerla, può finire nel lavoro autonomo formalizzato, come monotributista, nel lavoro dipendente informale, in una combinazione di più attività oppure fuori dall’occupazione. Quindi la riforma agisce soprattutto sul costo dell’offerta di lavoro formale, mentre il problema che emerge dai dati riguarda anche la domanda di lavoro formale.

Che per Milei (e gli argentini) la strada non fosse in discesa, era chiaro dall’inizio, date le condizioni disastrose dell’economia del paese. E le transizioni, come dovremmo aver imparato, non sono mai un pranzo di gala. L’anarco-capitalista ha poco più di un anno di tempo per tentare di restare alla Casa Rosada.

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