In Giappone, il potere d’acquisto della classe media è diminuito in modo sostanziale nonostante anni di aumenti salariali, perché tasse e pagamenti per la sicurezza sociale hanno depresso il salario netto, secondo un’analisi di Nikkei basata su un’indagine sui consumi delle famiglie condotta dal ministero degli Interni e delle Comunicazioni. La quale mostra che, lo scorso anno, il reddito medio delle famiglie era di 5,75 milioni di yen e ogni nucleo familiare contava in media poco più di due persone.
Il reddito netto depurato dall’inflazione, per famiglie con un lordo annuale compreso tra 5 e 6 milioni di yen (31.400-37.700 dollari), cioè letteralmente la media della distribuzione dei redditi, nel 2025 è diminuito di oltre il 10% rispetto al 2019, prima della pandemia di Covid-19.
Nello stesso arco temporale, per l’intera popolazione di famiglie, la diminuzione media del reddito netto reale è stata del 2% ma il calo è stato più significativo tra i gruppi a basso reddito. Le famiglie con un reddito annuale inferiore ai 2 milioni di yen hanno infatti registrato un calo del 21,7%. Le famiglie con redditi tra 2 milioni e 2,5 milioni di yen hanno subito un calo del 19,3%.
Riguardo ai consumi della classe media, identificata nella fascia di reddito 5-6 milioni di yen, le spese per beni essenziali sono variate poco, come del resto ci si attenderebbe. In termini reali, quelle alimentari hanno oscillato intorno allo zero; quelle per elettricità, gas e acqua sono scese tra 1,5% e 4,3%. Per contro, le spese per tempo libero e intrattenimento sono diminuite dal 12,6% al 23,1%. Anche nella fascia di reddito superiore, con redditi familiari compresi tra 6 milioni e 12 milioni di yen, tali spese sono diminuite di circa il 20%.
Una vecchia conoscenza, anzi nuova
Come si spiega questa randellata al potere d’acquisto dei giapponesi? Secondo Nikkei, che riprende il commento di un economista, col fatto che l’aumento di reddito nominale spinge in una fascia di reddito più elevata, con conseguente aumento del prelievo tributario e contributivo. Per gli amici, fiscal drag. Fenomeno che per molto tempo in Giappone è stato pressoché sconosciuto, visto che il paese ha sofferto per decenni del suo contrario, la deflazione. Ora che il vento è cambiato, bisognerebbe attrezzarsi indicizzando gli scaglioni d’imposta.
Ma questo farebbe finire il giochino che ha permesso ai governi giapponesi, dopo il Covid, di portarsi a casa grassi raccolti di gettito, al punto da essere riusciti a piegare la curva debito-Pil. Il prezzo di questa situazione, visto che non esistono pasti gratis, è la perdita di potere d’acquisto delle famiglie, che è manifestamente (e ovviamente) regressiva.
Ora, come sappiamo, la premier Sanae Takaichi vuole mantenere la promessa elettorale di una “tax holiday” di due anni sui consumi azzerando la sales tax, che possiamo impropriamente considerare equivalente alla nostra Iva e che in Giappone è pari all’8%.
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La misura è estremamente costosa: si stima l’equivalente di circa 63 miliardi di dollari per il biennio, secondo la ministra delle Finanze Satsuki Katayama. Al momento non sembrano esserci coperture certe e i mercati, già nervosi, continuano a spingere in su i rendimenti dei titoli di stato giapponesi. Il governo potrebbe annunciare, nel corso del dibattito parlamentare, che la copertura verrà da un aumento delle entrate, da quantificare a fine anno. Cioè, in sostanza, dal fiscal drag. Tutto si risolverebbe quindi in una partita di giro e raggiro, dove il governo restituisce parzialmente l’extra gettito nominale derivante dalla mancata protezione dei contribuenti dall’inflazione. Non si inventa nulla, dopo tutto.
La strada maestra dovrebbe essere invece quella di sterilizzare il prelievo fiscale rispetto all’inflazione. Non è detto costerebbe più di una manovra populista sulle imposte indirette, che vuole raffreddare l’inflazione basandosi di fatto sull’illusione monetaria. Oltre al fatto che una tax holiday di questo tipo è molto difficile da rimuovere, per ovvi motivi.
Purtroppo questa è la condotta degli umani: cercare le scorciatoie e i colpi di teatrino politico, anziché interventi strutturali.
Photo by Official Website of the Prime Minister’s Office of Japan




