L’industria manifatturiera tedesca sta conducendo una dura battaglia col sindacato per tornare alla settimana lavorativa di 40 ore, a quarant’anni di distanza dall’introduzione delle 35 ore, conquistate dai sindacati dell’allora Germania Ovest dopo uno sciopero di sette settimane. Il motivo è che il costo del lavoro tedesco è diventato insostenibile per la competitività tedesca nel manifatturiero. Che, come sappiamo, sta venendo letteralmente demolita dalla Cina.
Come segnala il Financial Times, un’ora di lavoro costa alla manifattura tedesca 49,57 euro, il 47% in più della media di tutta la Ue e tre volte il costo registrato in Ungheria. I lavoratori tedeschi sono più produttivi dei loro colleghi dell’Est Europa ma, anche considerando ciò, i costi unitari del lavoro tedeschi, che da noi chiameremmo Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) e che sono una grandezza reale, sono cresciuti dal 2023 molto più rapidamente degli anni precedenti, secondo un sondaggio effettuato da un think-tank finanziato dai sindacati.
Gli orari di Trilussa
Oggi, le 35 ore contrattuali sono uno standard per circa un quinto dei dipendenti tedeschi, concentrati in settori quali automotive, engineering, ferro, acciaio. In termini di numero di ore lavorate complessivamente da tutti i lavoratori, la Germania appare in coda all’Ocse. Attenzione, però: se grattiamo la superficie della media, scopriamo che le cose sono un po’ più complesse.
Il dato ufficiale più recente dell’agenzia statistica federale Destatis, relativo al 2025, dice che:
- Tutti i lavoratori dipendenti, full-time e part-time lavorano in media 34,0 ore settimanali;
- I soli full-time lavorano una media di 39,9 ore;
- I soli part-time lavorano una media di 21,3 ore;
- Il 31,9% dei dipendenti lavorava part-time, massimo della serie storica utilizzata da Destatis e in essere di un decennio.
Quindi, se la domanda è “quante ore lavora mediamente un dipendente tedesco?”, la risposta è 34 alla settimana. Se invece la domanda è “quante ore lavora normalmente un tedesco che ha un lavoro a tempo pieno?”, la risposta è 39,9 ore.
È una distinzione cruciale quando si fanno confronti internazionali: la Germania appare molto in basso nella classifica delle ore lavorate soprattutto perché ha una quota di part-time molto elevata.
C’è poi un’ulteriore metrica da considerare: le ore annuali lavorate per occupato. Nel 2025, per esempio, Destatis registra:
- Agricoltura: 1.648 ore annue per occupato;
- Manifattura: 1.391 ore;
- Industria in senso lato: 1.430 ore.
Questa misura incorpora ferie, festività, assenze, malattia, part-time ecc. È quindi molto diversa dalla durata contrattuale della settimana lavorativa. Ma va considerata quando si parla di costo complessivo del lavoro.
Dopo questa contestualizzazione necessaria, torniamo al punto: gli imprenditori manifatturieri vogliono eliminare la settimana contrattuale a 35 ore e riportarla a 40 ore. Con una inferenza complessa, ciò significa una e una sola cosa: ridurre il costo del lavoro. Questa è la reazione necessaria e scontata di fronte a una crisi che appare strutturale.
Il conto della competitività
Si riduce il costo orario del lavoro e si tenta di aumentare il prodotto realizzato da ogni lavoratore nell’unità di tempo. Se le ore aggiuntive producono più output, anche in misura inferiore all’aumento delle ore lavorate, il costo del lavoro per unità di prodotto scende. Questo ripristina almeno in parte la competitività, se il treno non ha già lasciato la stazione.
E in effetti, per come stanno le cose nell’automotive ma anche nel settore dei capital goods tedeschi, è pressoché inevitabile arrivare a una reazione difensiva che passi dall’aumento delle ore lavorate, a parità di retribuzione. E dalla riduzione di tutte le componenti del costo del lavoro, primo fra tutti il cuneo fiscale.
Come mostra in modo eloquente un grafico dell’articolo del FT, la produzione industriale tedesca, dopo il picco storico del 2017, è scesa ben più dei livelli di occupazione. Il che deprime le metriche di produttività del lavoro. Nel frattempo, il sistema paese ha smesso di compensare la maggiore onerosità del lavoro. O meglio, i tedeschi si sono accorti che hanno una rete viaria e ferroviaria inadeguata, una digitalizzazione patetica, una pubblica amministrazione pachidermica e sonnacchiosa, e così via.

Ma questa epifania si spiega in modo più semplice: quando si ha un vantaggio competitivo tale da produrre grandi utili, ci si accorge meno delle inefficienze di sistema. Per contro, quando la gallina delle uova d’oro depone sempre meno uova e un brutto giorno smette, tutta l’inefficienza sistemica balza all’occhio e diventa intollerabile.
Quando il cancelliere Friedrich Merz argomenta in modo banale che “bisogna rimboccarsi le maniche, perché lavoriamo troppo poco”, presumo lo faccia per semplificare il messaggio e renderlo immediatamente comprensibile alla cittadinanza (che si incazza e vota populista, ma questo è altro discorso). Di certo, non potrebbe affermare il concetto del tutto equivalente usando l’espressione brutale “dovete guadagnare di meno, altrimenti alcuni settori non riusciranno a sopravvivere”. E vi dirò di più: forse non riusciranno comunque a sopravvivere.
Il tempo è denaro. Quindi, lavorare di più e guadagnare di meno. Ma non basterà, perché tutti gli osservatori (e il senso comune) sono concordi che il processo avrà due corni: riduzione del costo del lavoro unitario ma anche riduzione dell’occupazione nei settori interessati. Oggi la manifattura tedesca perde circa 12-15 mila occupati al mese, e si stima che il totale potrebbe passare dagli attuali 6,5 milioni di dipendenti a 5 milioni, al termine delle ristrutturazioni.
Il sindacato ribatte che già oggi i contratti consentono alta flessibilità nel numero di ore lavorate, ma finge di non cogliere che il punto vero non è quello ma il costo del lavoro per unità di prodotto, che deve scendere drasticamente per tentare di salvare i settori coinvolti. La radice “filosofica” del conflitto è tra chi ritiene che lavorare più ore salvi l’occupazione migliorando la competitività facendo costare meno il fattore lavoro e chi, come il sindacato, teme che il maggior numero di ore lavorate faccia scoprire che servono meno persone. Cioè porti a invertire lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” e farlo diventare “lavorare di più, lavorare in meno” o addirittura “lavorare in pochi”.
Sfortunatamente non c’è modo di affermare che, riducendo il costo unitario del lavoro, si riuscirà a invertire il declino di alcuni settori manifatturieri, massacrati dalle “peculiarità” del sistema-paese cinese. Sembra uno scenario in cui, comunque vada, saranno dolori. E forse è davvero così, quando sono coinvolti settori declinanti.
C’è Alternativa per la Germania?
Il braccio di ferro si prospetta molto duro, non solo per ovvi motivi economici. L’identità nazionale tedesca per decenni si è alimentata dell’eccellenza manifatturiera, la punta di diamante dell’economia del paese. Scoprire che questa eccellenza non esiste più, e che non c’è immediatamente disponibile un settore ad elevato valore aggiunto in grado di “pagare i conti”, soprattutto del welfare, rischia di produrre un risveglio molto ruvido, soprattutto in termini di orientamenti elettorali.
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Come del resto sta già avvenendo. Il passo successivo consiste nello scoprire che, fuori dalle urne e nella realtà, non esiste una vera Alternative für Deutschland.
Per tutto il resto, ci sono le proposte dei politici italiani di sussidiare la riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione. E poi volare via, sollevandosi per le stringhe delle scarpe o per i capelli.



