E’ quanto emerge da questo articolo di Real Clear Politics. Pensavamo che appendersi alla “tradizionale” definizione di recessione, che si materializza solo con due trimestri consecutivi di crescita negativa, fosse ormai solo patrimonio della narrativa di qualche foglietto italiano. Invece, scopriamo quanto la partisanship possa essere naif. Va tutto bene, my fellow americans, scrive Steve Chapman: i mall sono pieni, Wal-Mart in vent’anni ha più che triplicato i propri punti vendita,  anche i poveri oggi possono fruire di cellulari, computer e del frappuccino Starbucks. Dello stock di debito delle famiglie non parliamone, potremmo essere accusati di disfattismo economico.

La registered independent Anne Applebaum spiega perché non può votare per un uomo che da sempre ammira molto, John McCain:

The appointment of Palin — inspired by his closest colleagues — turned out not to be a “maverick” move but, rather, a concession to those Republicans who think foreign policy can be conducted using a series of cliches and those in his party who shout down the federal government while quietly raking in federal subsidies. Although McCain has one of the best records for bipartisanship in the Senate, he’s let his campaign appeal to his party’s extremes.

Il quotidiano Anchorage Daily News scarica Sarah Palin e decide l’endorsement a favore di Obama, presentato un po’ enfaticamente come una sorta di guru preveggente di tutti i mali dell’economia americana. Ma, per evitare di esporsi a rappresaglie, il quotidiano alaskano precisa che Palin è energica e carismatica ma che il vero problema è John McCain, che della crisi economica pare aver capito assai poco, con la famosa frase in stile-Hoover “i fondamentali della nostra economia sono forti”, pronunciata alle 9 del mattino, osserva perfidamente il quotidiano, salvo poi descrivere un’economia in crisi due ore più tardi.

Sul New York Times, David Brooks argomenta che John McCain rischia di perdere la corsa alla Casa Bianca per non essere riuscito a smuovere il GOP dalle trincee di un conservatorismo angusto e inadeguato all’epoca che stiamo vivendo, ed alle sue sfide. Brooks parla di una terza corrente politica nel bipartitismo americano, quella dei “conservatori progressisti”, che risalirebbe ad Alexander Hamilton e sarebbe maturata con Abraham Lincoln ed i Repubblicani della Guerra Civile, che crearono il Land Grant College Act e lo Homestead Act. Una corrente di pensiero che propugna un limitato ma vigoroso intervento governativo per promuovere la mobilità sociale, ponendosi come intermedia tra il liberalismo ortodosso ed il conservatorismo da libero mercato.