Dopo la riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca, la realtà bussa (anzi, picchia i pugni) sulla porta: mercati azionari in picchiata sul timore del fiscal cliff, la stretta fiscale automatica che a Capodanno farà la festa all’America ed al mondo e che promette una stretta al Pil Usa dell’ordine del 4 per cento (ma verrà evitato, anche se non completamente, tranquilli). E le agenzie di rating, che segnalano (oggi con Fitch) che, se non si neutralizza il fiscal cliff, se il tetto legale allo stock di debito federale non verrà innalzato in modo tempestivo e se non si metterà in pista un percorso di risanamento fiscale, l’America perderà la seconda tripla A, dopo quella che S&P le ha strappato dal petto nell’estate del 2011, peraltro senza danni al costo del debito, che anzi da allora è addirittura diminuito.

Non è particolarmente rilevante (tranne che per il provincialismo degli italiani, probabilmente) che Barack Obama abbia incassato l’endorsement dell’Economist. Comunque vadano, le elezioni presidenziali di martedì prossimo porteranno (o manterranno) alla Casa Bianca un uomo che dovrà lavorare duramente per evitare il declino americano. Un declino che la sconfinata potenza militare ed economica, oltre alla “creatività” della Federal Reserve, peraltro del tutto indispensabile, potranno comunque bloccare e rinviare nel tempo, anche a lungo. Ma il gigante rischia seriamente di perdere la propria aura di eccezionalismo, se già non l’ha persa. Ed i due candidati non sono certo gli uomini della Provvidenza.

Ogni quattro anni, l’Economist sonda i maggiori economisti statunitensi in vista delle elezioni presidenziali. In questa occasione è stato chiesto anche per quale motivo la ripresa è così lenta, scegliendo tra sei fattori esplicativi. Le risposte hanno elevata dispersione e bias “ideologici” che confermano che tentare di capire qualcosa di questa infinita post crisi affidandosi agli economisti è soprattutto un atto di fede. Politica, nella fattispecie.

Mitt Romney l’ha fatta ancora fuori dal vaso, bollando di fatto come parassiti sociali quel 47 per cento di americani che non pagano imposta federale sul reddito. Sarebbe stato utile verificare prima che circa metà degli esenti sono tali perché si trovano in condizioni di disagio economico (una coppia con due figli e reddito inferiore a 26.400 dollari annui, nella stragrande maggioranza dei casi working poor) e che l’altra metà fruisce di crediti e deduzioni d’imposta per soggetti anziani (che quindi hanno pagato le imposte federali sul reddito durante la loro vita lavorativa) o per giovani a basso reddito.

Nei giorni scorsi, negli Stati Uniti, ha tenuto banco una polemica a tratti molto aspra nei confronti dello storico britannico Niall Ferguson, docente ad Harvard. Il quale, in un editoriale-cover story di endorsement a Romney-Ryan pubblicato su Newsweek, criticava l’Obamacare affermando che non è vero che le misure in esso previste non si tradurranno in un aumento del deficit. Le cose non stanno in questi termini, ma questo è ancora nulla.

E così Mitt Romney ha scelto come proprio vice, nella corsa alla Casa Bianca, il deputato del Wisconsin Paul Ryan, 42 anni, presidente del Budget Committee della Camera dei Rappresentanti, al suo settimo mandato al Congresso. Ryan è un ultraconservatore fiscale che lo scorso anno presentò un progetto di riforma degli entitlements che di fatto smantellava Medicare e (soprattutto) Medicaid.

Il think tank nonpartisan Tax Policy Center ha elaborato una simulazione sulla variazione del gettito d’imposta federale al 2015, in conseguenza dell’applicazione dei programmi fiscali dei candidati repubblicani alla Casa Bianca. Il risultato, assai poco sorprendente, è un crollo del gettito, variabile dai 600 miliardi di Romney ai 1300 miliardi di Santorum. Mancano le stime per il piano di Ron Paul ma, trattandosi di manovra simile a quella dei suoi competitor, difficile pensare ad un recupero di gettito.