Continua il divertente wrestling dell’Argentina con la realtà. Oggi è la volta del principale distributore di elettricità, che quei cattivoni imperialisti dell’agenzia di rating Moody’s hanno declassato a Caa3, sempre più vicino al default, e per un eccellente motivo: i tapini hanno ricavi espressi in pesos e debito espresso in dollari. Quanto è crudele la vita, a volte.

Come i più perspicaci tra voi avranno notato, da queste parti ci si diverte un mondo con le fantasmagoriche trovate del governo argentino per tentare di controllare l’economia e la società del paese in modo sempre più pervasivo, mentre la realtà si incarica di suonare la sveglia e stimolare sempre nuove idee dell’esecutivo. E’ un vero e proprio manuale su come ottenere senza troppa fatica uno stato fallito. Sono precetti che anche la politica italiana, volendo, potrà seguire. Basta copiare dai maestri.

La banca centrale argentina sta considerando nuove regole per ridurre i requisiti minimi di liquidità a carico delle banche commerciali. E quindi?, direte voi. Quindi la notizia è che questo è un caso di allentamento monetario che compensa una stretta causata dall’esigenza di frenare il deprezzamento del cambio del peso contro dollaro. Ma non il cambio ufficiale, ovviamente, bensì quello del mercato nero, che ha la spiacevole tendenza a prendere il volo, muovendosi con la realtà e non con i desideri del governo di Buenos Aires.

Da oggi in Argentina è disponibile un nuovo strumento di pagamento, che nelle intenzioni del fantasioso governo di Buenos Aires dovrebbe collocarsi a metà tra il bistrattato peso domestico e l’agognato dollaro. Si chiama cedin, che sta per Certificato di deposito per investimenti, e viene emesso a fronte di conferimento di dollari, detenuti all’estero o in patria senza essere dichiarati. In pratica, è uno strumento di sanatoria sui capitali denominati in dollari, nel disperato tentativo di innalzare il livello di riserve ufficiali del paese che, a poco più di 37 miliardi, sta diventando pericolosamente basso, malgrado le misure tra il draconiano ed il grottesco sinora adottate dal governo di Cristina Kirchner per evitare l’inesorabile perdita di riserve. Come finirà? Come spesso finiscono le cose in Argentina, in farsa.

Il governo argentino ha deciso di aumentare la commissione sull’utilizzo delle carte di credito per transazioni in dollari, portandola dal 15 al 20 per cento ed al nuovo cambio di 6,1 pesos per un dollaro, contro il cambio ufficiale di 5,05. Le carte di credito sono diventate lo strumento preferito degli argentini per aggirare i feroci controlli sui cambi imposti dal governo di Buenos Aires, che tenta disperatamente di evitare i deflussi di riserve valutarie, causati da anni di politiche economiche demenziali che hanno finito col drogare la domanda interna, determinando continue erosioni della competitività del paese. Ma ora il decumulo delle riserve sta divenendo davvero preoccupante, ed il punto di non ritorno appare in vista.

La presidente argentina Cristina Kirchner ha “esortato” il sistema bancario nazionale a prestare (meglio sarebbe dire “devolvere”), il 5 per cento della propria base di depositi al sistema delle imprese a tassi agevolati, attesi intorno al 15 per cento (a fronte di una inflazione effettiva stimata intorno al 25 per cento). Una cosa che susciterebbe/susciterà entusiasmo tra gli analfabeti di casa nostra. Ma c’è qualche controindicazione, appena un pochino.