Il Fondo Monetario Internazionale ha concesso all’Argentina poco meno di quattro mesi per potersi mettere in regola con la metodologia di calcolo di Pil ed inflazione, che oggi sono una simpatica presa per in giro di popolazione (che ha le sue contromisure), investitori ed istituzioni sovranazionali. In cambio di questa proroga, nessuna sanzione verrà irrogata al fantasioso stato sudamericano. Dietro quello che sembra un penultimatum, e che teoricamente continua ad avere come sanzione suprema l’espulsione di Buenos Aires dal FMI, potrebbe esserci il tentativo tardivo e con tutta probabilità infruttuoso di un riavvicinamento del paese alla comunità economica e finanziaria internazionale. Ma siamo ormai fuori tempo massimo, al tramonto del kirchnerismo che lascerà dietro di sé un cumulo di macerie.

Immaginate di vivere in un paese in cui vi raccontano favole circa l’effettivo tasso di inflazione, che è pari a due-tre volte quello ufficiale. Ed immaginate di vivere in un paese le cui autorità, dopo anni di politiche economiche demenziali, che hanno distrutto il ricco surplus di bilancia commerciale di cui il paese disponeva, si trovino a dover contrastare con ogni mezzo la fuoriuscita di valuta pregiata, dollari americani nella fattispecie. In situazioni come questa si forma un florido mercato nero di valuta estera, a cui i cittadini ricorrono per tentare di proteggere i propri risparmi dalla falcidie inflazionistica. E, poiché l’uomo ha una tendenza innata a chiudere gli arbitraggi che gli si parano davanti (con buona pace di moralismi laici e scomuniche religiose sui malvagi “speculatori”), ecco che si creano continui “inseguimenti” tra cittadini e stato. Verrebbe da dire che si gioca a “guardie e ladri”, dove il ruolo dei secondi spetta ai pubblici poteri.

Nel grafico qui sotto, l’andamento delle riserve valutarie argentine in tutto il loro splendore, dopo l’introduzione dei più fantasiosi controlli sui cambi (di cui tuttavia la Presidenta nega l’esistenza) visti da tempo immemore. In due anni, persi 15 miliardi di dollari, pari a circa il 30% dello stock iniziale. Cose che capitano, quando si conduce una politica economica da ubriachi e si tenta di rimediare alla sbronza bevendosi sempre nuovi bicchierini fatti di vincoli, limitazioni, espropri, nazionalizzazioni, eccetera.

Continua il divertente wrestling dell’Argentina con la realtà. Oggi è la volta del principale distributore di elettricità, che quei cattivoni imperialisti dell’agenzia di rating Moody’s hanno declassato a Caa3, sempre più vicino al default, e per un eccellente motivo: i tapini hanno ricavi espressi in pesos e debito espresso in dollari. Quanto è crudele la vita, a volte.

Come i più perspicaci tra voi avranno notato, da queste parti ci si diverte un mondo con le fantasmagoriche trovate del governo argentino per tentare di controllare l’economia e la società del paese in modo sempre più pervasivo, mentre la realtà si incarica di suonare la sveglia e stimolare sempre nuove idee dell’esecutivo. E’ un vero e proprio manuale su come ottenere senza troppa fatica uno stato fallito. Sono precetti che anche la politica italiana, volendo, potrà seguire. Basta copiare dai maestri.

La banca centrale argentina sta considerando nuove regole per ridurre i requisiti minimi di liquidità a carico delle banche commerciali. E quindi?, direte voi. Quindi la notizia è che questo è un caso di allentamento monetario che compensa una stretta causata dall’esigenza di frenare il deprezzamento del cambio del peso contro dollaro. Ma non il cambio ufficiale, ovviamente, bensì quello del mercato nero, che ha la spiacevole tendenza a prendere il volo, muovendosi con la realtà e non con i desideri del governo di Buenos Aires.

Da oggi in Argentina è disponibile un nuovo strumento di pagamento, che nelle intenzioni del fantasioso governo di Buenos Aires dovrebbe collocarsi a metà tra il bistrattato peso domestico e l’agognato dollaro. Si chiama cedin, che sta per Certificato di deposito per investimenti, e viene emesso a fronte di conferimento di dollari, detenuti all’estero o in patria senza essere dichiarati. In pratica, è uno strumento di sanatoria sui capitali denominati in dollari, nel disperato tentativo di innalzare il livello di riserve ufficiali del paese che, a poco più di 37 miliardi, sta diventando pericolosamente basso, malgrado le misure tra il draconiano ed il grottesco sinora adottate dal governo di Cristina Kirchner per evitare l’inesorabile perdita di riserve. Come finirà? Come spesso finiscono le cose in Argentina, in farsa.

Poiché è da qualche tempo che non ne parliamo, riteniamo utile aggiornarvi sulle ultime imprese valutarie del governo argentino, che come noto sta disperatamente cercando di frenare a mani nude quello che appare come un inesorabile calo di riserve valutarie. Questa volta la stretta è sui prelevamenti di dollari effettuati all’estero a mezzo carta di credito.

Il governo argentino ha deciso di aumentare la commissione sull’utilizzo delle carte di credito per transazioni in dollari, portandola dal 15 al 20 per cento ed al nuovo cambio di 6,1 pesos per un dollaro, contro il cambio ufficiale di 5,05. Le carte di credito sono diventate lo strumento preferito degli argentini per aggirare i feroci controlli sui cambi imposti dal governo di Buenos Aires, che tenta disperatamente di evitare i deflussi di riserve valutarie, causati da anni di politiche economiche demenziali che hanno finito col drogare la domanda interna, determinando continue erosioni della competitività del paese. Ma ora il decumulo delle riserve sta divenendo davvero preoccupante, ed il punto di non ritorno appare in vista.