di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Poche cose possono stimolare la fantasia di torme di sociologi da dopolavoro come una finale Mondiale tra un paese del ricco Nord del pianeta, profondamente cartesiano ed incline al moralismo, ed uno del Sud del mondo, altrettanto profondamente sgarrupato, da sempre incline a quella forma di autoindulgenza che fatalmente produce teorie del complotto e nemici esterni in quantità industriale.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi l’Istituto nazionale di statistica dell’Argentina ha comunicato che il Pil del paese è diminuito, nel primo trimestre, dello 0,8% su base trimestrale. Questo dato, sommandosi al calo dello 0,5% del quarto trimestre dello scorso anno, sancisce l’entrata del paese sudamericano in recessione, secondo una regola piuttosto rozza ma convenzionalmente accettata. E noto che le fonti ufficiali argentine non sono particolarmente affidabili, per usare un eufemismo, ma aver ammesso la contrazione (che probabilmente è di magnitudine ben superiore) è il dato rilevante.

Quello che vedrete in calce a questo post è l’andamento sulla borsa statunitense di YPF, la compagnia energetica che il governo argentino ha espropriato un paio di anni addietro agli spagnoli di Repsol, e che ora il governo di Cristina Kirchner sta tentando di riportare nel consesso degli investitori internazionali, per ottenere capitali stranieri necessari a sviluppare gli apparentemente enormi campi di shale del paese sudamericano. Ma un nuovo problemino è comparso all’orizzonte.

di Alessandro D’Amato – Giornalettismo

Mario Seminerio, analista macroeconomico e portfolio advisor oltre che animatore del blog Phastidio, ha scritto il libro «La cura letale», che spiega perché di austerità si muore e in che modo il nostro paese potrebbe salvarsi. Giornalettismo ha parlato con lui della svalutazione del peso in Argentina, di cui si è occupato sul blog, e di cosa insegna il caso Kirchner all’Italia e agli italiani.

Il Fondo Monetario Internazionale ha concesso all’Argentina poco meno di quattro mesi per potersi mettere in regola con la metodologia di calcolo di Pil ed inflazione, che oggi sono una simpatica presa per in giro di popolazione (che ha le sue contromisure), investitori ed istituzioni sovranazionali. In cambio di questa proroga, nessuna sanzione verrà irrogata al fantasioso stato sudamericano. Dietro quello che sembra un penultimatum, e che teoricamente continua ad avere come sanzione suprema l’espulsione di Buenos Aires dal FMI, potrebbe esserci il tentativo tardivo e con tutta probabilità infruttuoso di un riavvicinamento del paese alla comunità economica e finanziaria internazionale. Ma siamo ormai fuori tempo massimo, al tramonto del kirchnerismo che lascerà dietro di sé un cumulo di macerie.

Immaginate di vivere in un paese in cui vi raccontano favole circa l’effettivo tasso di inflazione, che è pari a due-tre volte quello ufficiale. Ed immaginate di vivere in un paese le cui autorità, dopo anni di politiche economiche demenziali, che hanno distrutto il ricco surplus di bilancia commerciale di cui il paese disponeva, si trovino a dover contrastare con ogni mezzo la fuoriuscita di valuta pregiata, dollari americani nella fattispecie. In situazioni come questa si forma un florido mercato nero di valuta estera, a cui i cittadini ricorrono per tentare di proteggere i propri risparmi dalla falcidie inflazionistica. E, poiché l’uomo ha una tendenza innata a chiudere gli arbitraggi che gli si parano davanti (con buona pace di moralismi laici e scomuniche religiose sui malvagi “speculatori”), ecco che si creano continui “inseguimenti” tra cittadini e stato. Verrebbe da dire che si gioca a “guardie e ladri”, dove il ruolo dei secondi spetta ai pubblici poteri.

Nel grafico qui sotto, l’andamento delle riserve valutarie argentine in tutto il loro splendore, dopo l’introduzione dei più fantasiosi controlli sui cambi (di cui tuttavia la Presidenta nega l’esistenza) visti da tempo immemore. In due anni, persi 15 miliardi di dollari, pari a circa il 30% dello stock iniziale. Cose che capitano, quando si conduce una politica economica da ubriachi e si tenta di rimediare alla sbronza bevendosi sempre nuovi bicchierini fatti di vincoli, limitazioni, espropri, nazionalizzazioni, eccetera.