La legge delega sui diritti televisivi del calcio, approvata oggi dal consiglio dei ministri, prevede il ritorno alla ”contrattazione collettiva” il cui scopo, secondo il ministro Melandri, è quello di ”garantire l’equilibrio competitivo dei soggetti partecipanti alle competizioni sportive”, ma che avrà evidenti ripercussioni anche sul mercato dell’emittenza televisiva, in quanto mirato a ”realizzare un sistema efficace e coerente di misure idonee a stabilire e a garantire la trasparenza e l’efficienza del mercato dei diritti di trasmissione comunicazione e messa a disposizione al pubblico, in sede radiotelevisiva e su altre reti di comunicazione elettronica, degli eventi sportivi, dei campionati di calcio e delle altre competizioni calcistiche professionistiche organizzate a livello nazionale”.

Durante l’audizione alla Commissione Cultura della Camera il commissario straordinario della Figc, Guido Rossi, ha tra l’altro affermato di essere contrario alla quotazione in borsa delle società calcistiche:

“Non andava fatta, è stata una trappola. Si può quotare solo un patrimonio, come è lo stadio per il Manchester United o altre squadre inglesi. In Italia nessuno è in questa condizione”.

Rossi si è poi detto favorevole alla vendita collettiva dei diritti televisivi.E’ una posizione interessante, perché parzialmente in contrasto con l’orientamento dell’Antitrust, che nei giorni scorsi si è detto contrario alla regolamentazione per legge della vendita collettiva dei diritti, gettando una secchiata di acqua fredda sulle velleità dirigistiche della ministra Melandri che, dopo aver cantato a squarciagola l’inno di Mameli, si accingeva a scrivere col collega Gentiloni una bella legge “organica e di sistema”, di quelle che tanto piacciono alla sinistra. Secondo l’Antitrust, per contro, sarebbe auspicabile una sorta di autoregolamentazione interna alla Lega calcio, oltre all’adozione di uno dei modelli convenzionali europei, quale ad esempio quello inglese. E qui arriviamo all’altro tema toccato da Guido Rossi, quello della quotazione di borsa delle società di calcio. La frase utilizzata dal commissario straordinario della Figc, secondo il quale si può quotare solo il patrimonio, ci sembra scarsamente comprensibile, nel senso che sarebbe meglio quotare reddito e (soprattutto) flussi di cassa, poiché il patrimonio non necessariamente può essere produttivo del primo e dei secondi. Ma è certamente vero che le società calcistiche italiane quotate hanno fallito nell’opera di diversificazione delle proprie fonti di reddito, non disponendo di propri impianti utilizzabili per eventi di intrattenimento collettivo (sportivo e non), e non avendo perseguito in modo convincente la strada dello sviluppo del merchandising (peraltro minato alla radice da una contraffazione capillare ed ubiqua).

Ecco un esempio da manuale di come sia possibile introdurre maggiori elementi di concorrenza, e quindi di moralità, a costi prossimi allo zero per il sistema economico interessato. Si tratta del comunicato stampa dell’Antitrust, con il quale si suggerisce un decalogo di misure correttive per evitare conflitti di interesse e abusi di posizione dominante nell’ambito dell’attività dei procuratori, uno degli “ordini professionali” più perniciosi presenti in questo paese. I suggerimenti sono molto semplici, quasi frutto di buonsenso, e possono essere sintetizzati in alcune linee-guida di base:

    ELIMINARE ALBO PROCURATORI, RIDURRE ESCLUSIVE AGENTI-CALCIATORI, CANCELLARE PENALI REVOCA CONTRATTI, RECIDERE TUTTI I CONFLITTI DI INTERESSI TRA AGENTI E PARENTI FINO AL SECONDO GRADO.

Vediamo il decalogo in dettaglio: