Più mercato per il calcio

Durante l’audizione alla Commissione Cultura della Camera il commissario straordinario della Figc, Guido Rossi, ha tra l’altro affermato di essere contrario alla quotazione in borsa delle società calcistiche:

“Non andava fatta, è stata una trappola. Si può quotare solo un patrimonio, come è lo stadio per il Manchester United o altre squadre inglesi. In Italia nessuno è in questa condizione”.

Rossi si è poi detto favorevole alla vendita collettiva dei diritti televisivi.E’ una posizione interessante, perché parzialmente in contrasto con l’orientamento dell’Antitrust, che nei giorni scorsi si è detto contrario alla regolamentazione per legge della vendita collettiva dei diritti, gettando una secchiata di acqua fredda sulle velleità dirigistiche della ministra Melandri che, dopo aver cantato a squarciagola l’inno di Mameli, si accingeva a scrivere col collega Gentiloni una bella legge “organica e di sistema”, di quelle che tanto piacciono alla sinistra. Secondo l’Antitrust, per contro, sarebbe auspicabile una sorta di autoregolamentazione interna alla Lega calcio, oltre all’adozione di uno dei modelli convenzionali europei, quale ad esempio quello inglese. E qui arriviamo all’altro tema toccato da Guido Rossi, quello della quotazione di borsa delle società di calcio. La frase utilizzata dal commissario straordinario della Figc, secondo il quale si può quotare solo il patrimonio, ci sembra scarsamente comprensibile, nel senso che sarebbe meglio quotare reddito e (soprattutto) flussi di cassa, poiché il patrimonio non necessariamente può essere produttivo del primo e dei secondi. Ma è certamente vero che le società calcistiche italiane quotate hanno fallito nell’opera di diversificazione delle proprie fonti di reddito, non disponendo di propri impianti utilizzabili per eventi di intrattenimento collettivo (sportivo e non), e non avendo perseguito in modo convincente la strada dello sviluppo del merchandising (peraltro minato alla radice da una contraffazione capillare ed ubiqua).

Ad evidenza, quello a cui abbiamo assistito negli ultimi anni è stato un caso di scuola di tutto ciò che non dovrebbe essere fatto nella gestione finanziaria di un’azienda. Perché di questo si tratta, stante la trasformazione delle società calcistiche in S.p.A., il cui obiettivo istituzionale deve essere la creazione di utili e valore per l’azionista.
A nostro avviso, occorrerebbe immergere le società di calcio nell’ambiente realizzato dal codice civile. In tal modo si eviterebbero delle autentiche aberrazioni quali le comode dilazioni di pagamento in 23 anni dei debiti fiscali come quelle concesse alla Lazio lo scorso anno, a fronde dell’argomentazione demenziale in base alla quale, in caso di fallimento della società, l’erario non avrebbe incassato nulla. Principio che, se applicato a tutte le società di capitali, provocherebbe l’azzeramento pressoché subitaneo dell’Ires. Oppure il decreto “salvacalcio”, che di fatto ha sospeso il Codice Civile per le società calcistiche, consentendo di ripartire su dieci anni le minusvalenze sul parco-giocatori, permettendo agli azionisti di controllo delle squadre di non sborsare soldi per sanare i conti. Una norma eccezionale, di pura cosmesi, valida solo per le società calcistiche, varata senza considerare che tre di queste erano quotate. O ancora le cartolarizzazioni e fattorizzazioni pluriennali dei diritti televisivi, per avere “tutto e subito”, senza discernere tra conto economico e stato patrimoniale. Sono tutte le deroghe al codice civile costruite ad arte negli ultimi vent’anni ad aver portato al dissesto finanziario del sistema, ed è dalla loro rimozione che occorre partire per risanare il sistema in un’ottica di mercato.

Altro aspetto “filosofico” sul quale occorre poi esprimersi è quello della diseguaglianza di prestazioni tra i club. In altre parole, è lecito ritenere che società operanti nei grandi centri dove (tendenzialmente) le risorse finanziarie ed imprenditoriali complessive sono maggiori che nella pur (talvolta) opulenta provincia abbiano una probabilità strutturalmente maggiore di vincere il campionato rispetto alle squadre di provincia?

Se la risposta è negativa, si potrebbe pensare a correttivi per ridurre la diseguaglianza, con molta probabilità attraverso la redistribuzione delle risorse finanziarie di sistema. Diversamente, basterebbe il monitoraggio e la prevenzione dell’abuso di posizione dominante nell’acquisizione delle risorse, anche perché forse si potrebbe comprendere che nel calcio alcuni fattori produttivi quali i vivai giovanili non sembrano avere rilevanti economie di scala e barriere all’entrata che non siano la disponibilità di “materiale umano”, peraltro funzione soprattutto della densità di popolazione di un centro urbano.
Per evitare che il dissesto finanziario delle società di calcio provochi ogni volta psicodrammi collettivi e rivolte di strada, cavalcate da politici arruffapopolo, si potrebbe poi adottare una proposta di qualche tempo fa: le società cedono al Comune marchio e titolo sportivo, ottenendone in cambio l’utilizzo dello stadio. In tal modo, in caso di fallimento del club, l’onere ricadrebbe sugli azionisti mentre il Comune, in possesso di marchio e titolo sportivo, potrebbe individuare altri proprietari.

Riguardo l’equilibrio finanziario di sistema, l’ipotesi di adottare un salary cap non ci pare particolarmente attraente. Oltre ad evidenti problemi di enforcement della regola, essa è troppo dirigista e sembra essere stata costruita sull’ipotesi che, lasciato a se stesso, il sistema imploda rapidamente verso il dissesto finanziario. Ma se così fosse, basterebbe (come detto) applicare il diritto fallimentare fino al raggiungimento dell’equilibrio. In sintesi, per una riforma in senso liberale del calcio, occorre aumentare il “tasso di mercato” del sistema, incluso il sistema sanzionatorio supremo, quello del fallimento.

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