Ieri, sul Corriere, un editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi ribadiva la “ricetta” dei due prestigiosi accademici per trattare alcune eclatanti situazioni di dissesto bancario. Ricetta, che manco a dirlo, prevede l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Perché in Italia abbiamo questo di bello: ripetiamo lo stesso ritornello ossessivamente, soprattutto se si tratta di palese sciocchezza edificata sopra un tempio di non sequitur.

Il nuovo veicolo destinato a portare sulle proprie spalle il cielo del credito italiano sta vedendo la luce. Si chiamerà, piuttosto opportunamente, Atlante, sarà la risposta di sistema ad un sistema che rischia di cadere a pezzi. Parte con l’ambizione di generare effetti benefici e sinergici sul costo del capitale delle banche ma rischia, se utilizzato impropriamente, solo di diffondere le tossine anche alle parti sane dell’organismo della finanza italiana.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Nei giorni scorsi a Palazzo Chigi si è tenuto un vertice finalizzato alla “messa in sicurezza” del settore bancario italiano, in particolare riguardo all’ingorgo di aumenti di capitale previsti nelle prossime settimane (quelli certi sono Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Banco Popolare) ma anche sul modo per rimuovere i prestiti in sofferenza dal portafoglio delle banche. Pare che l’esecutivo intenda creare una rete di protezione per mandare a buon fine gli aumenti di capitale, e già questo è un messaggio di debolezza sistemica inviato al mercato.

Oggi su Repubblica un editoriale di Alessandro Penati illustra la sfida che la Cassa Depositi e Prestiti ha di fronte a sé, dopo la presentazione del piano industriale quinquennale che promette di mobilitare ben 265 miliardi di euro a sostegno dell’economia italiana e del ciclo di vita delle imprese, evolvendo verso qualcosa di simile ad un private equity e venture capital, oltre a dedicarsi agli investimenti infrastrutturali. Ottimi propositi che tuttavia, secondo Penati, rischiano si scontrarsi con la realtà.

Mancano pochi giorni alla presentazione del nuovo piano industriale 2016-2020 della Cassa Depositi e Prestiti: la letterina di Natale che ogni politico sogna di scrivere, la cassaforte che ogni politico vorrebbe scassinare, nei suoi sogni bagnati, il fondo sovrano col fondoschiena degli altri, la dea ex machina degli italici problemi. La Divina Provvidenza di laici e cattolici, di lotta e di governo.

Venerdì scorso, in occasione dell’assemblea straordinaria che ha portato all’avvicendamento dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti, con l’ingresso di Claudio Costamagna come presidente e di Fabio Gallia come amministratore delegato, è stata approvata anche una importante modifica statutaria. Concepita per tenere a bordo le fondazioni bancarie ed il loro robusto appetito di dividendi da destinare ad attività filantropiche (che c’è da sghignazzare? E’ il loro statuto) ma che rischia di creare problemi patrimoniali alla CDP.

Oggi, sul Corriere, c’è il dettaglio di una indiscrezione (nella rubrica Sussurri & grida) sulla lettera di commiato che l’ormai ex presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini, ha inviato ad una molteplicità di referenti e stakeholders della Cassa medesima. Tredici cartelle di prevalente rivendicazione dei risultati raggiunti ma anche qualche puntualizzazione neppure troppo in filigrana su quelle che potrebbero essere state le motivazioni del governo Renzi a procedere al rinnovo anticipato dei vertici della Cassa.

Questo governo, come i risparmiatori dovrebbero ormai aver sperimentato nelle loro tasche, ha una ben precisa caratterizzazione orwelliana: l’utilizzo di una neolingua funzionale a sovvertire e pervertire la realtà. Ecco quindi che, dopo il risparmio definito “rendita finanziaria pura”, ora abbiamo di fronte altra definizione assai ideologicamente caratterizzata, per opera del ministro dell’Economia, che evidentemente da giovane ambiva a “servire il popolo”.