Attenzione, inflazione“, “Lo strisciante esproprio dei tedeschi“. Questo sobri avvertimenti  campeggiano sulla copertina dell’ultimo numero dello Spiegel, impegnatissimo nella campagna elettorale. Non abbiamo letto l’articolo (lo ha fatto per sommi capi il Corriere), ma è palese che ci troviamo di fronte all’ennesima manifestazione di incapacità tedesca a comprendere quanto accade. Nessuno può escludere che un giorno l’inflazione compaia in Eurozona, per i motivi più svariati (magari protezionismo, scatenato dalla disperazione di qualche paese messo all’angolo dalla crisi), ma sarebbe opportuno anche rendersi conto che, ad oggi, l’inflazione è l’ultima preoccupazione europea.

I costruttori automobilistici tedeschi si oppongono risolutamente a creare un fronte comune per chiedere all’Unione europea un aiuto contro l’eccesso di capacità produttiva del settore. “I nostri colleghi tedeschi non ci sentono”, ha detto Sergio Marchionne, nella sua veste di presidente della associazione dei costruttori automobilistici europei, ACEA.

Come scrive l’inevitabile Spiegel, e come del resto avevamo percepito da tempo, pare che Angela Merkel abbia deciso che un’uscita della Grecia dall’euro avrebbe effetti catastrofici su tutta l’Eurozona (ma va?). Di conseguenza, il piano di lavoro della Cancelliera sarebbe: prendere tempo, evitare nuovi esborsi “ufficiali” e “massaggiare” gli obiettivi del secondo salvataggio per mostrare che lo scostamento greco è nel complesso tollerabile. Nel breve termine ciò può accadere, ma a cosa corrisponde la nozione di breve termine?

di Mario Seminerio – Libertiamo

George Soros, miliardario filantropo e già benemerito speculatore (in quanto la sua azione mise a nudo, un ventennio addietro, le incoerenze del sistema monetario europeo), ha rivolto un appello al governo tedesco: abbandonare la politica deflazionistica fin qui seguita e mettersi alla guida dell’Eurozona da “egemone benevolente”, oppure abbandonare la moneta unica. Perseguire l’attuale corso di azione, secondo Soros, non farebbe altro che scavare solchi profondi tra debitori e creditori, fino al probabile collasso finale.

In un editoriale pubblicato oggi, il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, accusa il presidente della Bce, Mario Draghi, di voler trasformare l’istituto di Francoforte in un emulo della Banca d’Italia. E lo fa dimostrando una robusta dose di ottusità, di quelle che di solito ritrovate in molti editoriali eurofobici ed antitedeschi di casa nostra.

Dell’intervista alla Berliner Zeitung (e rilanciata dalla Frankfurter Rundschau) di Carsten Schneider, portavoce della Spd tedesca per bilancio e politica economica, la stampa italiana ha ripreso di fatto solo le frasi relative ai mille miliardi di esposizione della Germania alla crisi di debito dell’Eurozona e le critiche alla Bce, “che prende le sue decisioni in maniera non trasparente e non democratica”. In realtà, l’intera intervista era da tradurre e portare a conoscenza dei lettori italiani. Avrebbe permesso di comprendere (forse) qualcosa di più su una posizione molto più sfaccettata di quanto l’attacco alla bad bank chiamata Bce permetta di cogliere.

A giudicare dai commenti letti sui social network c’è soprattutto un punto, dell’intervista di oggi di Pierluigi Bersani al Sole, che suscita scandalo. Eppure, aguzzando lo sguardo e resistendo ai riflessi pavloviani, si scoprirebbe che l’idea di Bersani è ispirata ad uno dei capisaldi del “modello tedesco”. Che poi la declinazione di tale modello riesca dalle nostre parti, è tutt’altro discorso.