In quello stagno dell’autoinganno che è la politica italiana, proseguono le onde prodotte dalla bislacca idea-spin di Matteo Renzi di chiedere alla Commissione Ue la possibilità di portare il deficit-Pil al 2,9% “per almeno un quinquennio”. A prescindere della congiuntura, pare. Una proposta da stato etilico che viene variamente commentata nel Bar Sport Italia. Oggi segnaliamo due reazioni del campo renziano, ad ennesima conferma che il leader più forte è quello che sa circondarsi di persone che, all’occorrenza, sanno dirgli “che cavolo stai dicendo, Willis?”

Un paio di notiziole che danno la misura dello stato confusionale in cui si dibatte la politica italiana, e di conseguenza che si abbattono sui portafogli dei contribuenti italiani. Ieri, in audizione parlamentare, il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha confermato che il governo italiano ha una meravigliosa idea in mente: quella di diventare improvvisamente liberista e battersi contro una forma di protezionismo generata dalla Ue.

Si sentiva la mancanza delle ponderose riflessioni del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Delrio. Si sentiva almeno dai tempi della vecchietta tassata sui Bot. Poi, è successo qualcosa, Renzi e Padoan hanno deciso di colpire le rendite “pure”, cioè tutti gli strumenti finanziari emessi da soggetti privati e comunque diversi dai titoli di debito pubblico, e quindi ci è stato spiegato che bisogna stimolare gli investimenti, evidentemente tassandoli. Ora Delrio torna a commentare sull’indecente aumento di tassazione del risparmio previdenziale (una cosa molto di sinistra, come noto).

Oggi sul Corriere c’è una intervista di Lorenzo Salvia al sottosegretario alla presidenza del consiglio, Graziano Delrio. In essa Delrio torna sul sarchiapone della flessibilità, con alcune idee confusamente chiare, una scarsa capacità di quantificare gli impatti di date misure e l’immortale ruminatura degli “euro union bond”: la proposta, vecchia di tre anni, di Romano Prodi ed Alberto Quadrio Curzio, riveduta e corretta. In peggio, se possibile.

Secondo una definizione piuttosto romantica, la politica è l’arte del possibile. Più prosaicamente, è l’arte del mentire, ed è coessenziale alla natura umana. Nel nostro paese quest’arte tocca sempre nuove vette, anche dopo l’entrata in scena (letteralmente) di Beppe Grillo e del suo sodale, uscito da un incubo di Philip Dick al culmine di un assai difficoltoso processo digestivo.