di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

In Portogallo, le elezioni politiche hanno prodotto un esito che potrebbe alimentare instabilità, con la vittoria della coalizione di centrodestra del premier Pedro Passos Coelho, che tuttavia non raggiunge la maggioranza assoluta dei seggi, ed una opposizione eterogenea e difficilmente coalizzabile, che spazia dai socialisti, che restano sostanzialmente pro-austerità, pur se con correttivi, ad una sinistra anti sistema composta dai “tradizionali” comunisti e dall’incarnazione portoghese della sinistra anti-Troika, il Bloco de Esquerda, benedetto da Syriza e Podemos, che ha ottenuto il 10% dei voti. La prima lettura dell’esito elettorale ha rimarcato il “successo” di un governo pro-Troika, che ha ottenuto aiuti per 78 miliardi di euro ed attuato riforme dall’impatto sociale pesante. Un’analisi più approfondita mostra una situazione differente.

Mentre la periferia dell’Eurozona è ormai ebbra di un travolgente successo, grazie al crollo degli spread innescato dalla liquidità internazionale alla ricerca di rendimenti, che qualcuno (che peraltro nella vita sta sui mercati, quindi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro) qui da noi scambia per un successo domestico, in Portogallo nei prossimi giorni si terrà un dibattito parlamentare su cosa fare con un enorme stock di debito che appare sempre meno sostenibile.

Da una segnalazione di Tyler Cowen, questo rapporto dell’International Labour Organization (ILO), l’agenzia Onu che si occupa di diritti del lavoro, mostra quello che accade al sistema delle relazioni  industriali in un paese in profonda crisi economica, caratterizzato da un tessuto prevalente di piccole e medie imprese, che cerca di dare una maggiore flessibilità al proprio mercato del lavoro. Utile a noi italiani per trarre inferenze domestiche.

Qualche numero aggiornato sulla situazione delle finanze pubbliche portoghesi, per ricordarci che la crisi esiste, persiste e sussiste, e che i nodi arriveranno presto al pettine della Grande Coalizione tedesca in via di formazione. Con il termine “crisi”, però, sarebbe utile indicare non quella economica ma quella che la alimenta, e cioè le misure di austerità europea, che stanno determinando un classico avvitamento dei conti pubblici un po’ ovunque, non solo da noi. In effetti, nei numeri e nella situazione portoghese si coglie una certa aria di famiglia.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre l’intera Eurozona è in messianica attesa delle elezioni politiche tedesche del prossimo 22 settembre, lo stato dell’arte del cosiddetto risanamento dei conti pubblici procede sempre più incerto, con tentativi di aggiustamenti marginali che non fanno che rinviare il giorno del giudizio, mentre nei singoli Paesi crescono gli ostacoli di natura costituzionale ai tentativi di incidere in profondità e retroattivamente sulle voci di spesa relative a pensioni e licenziabilità dei pubblici dipendenti.