Mentre la periferia dell’Eurozona è ormai ebbra di un travolgente successo, grazie al crollo degli spread innescato dalla liquidità internazionale alla ricerca di rendimenti, che qualcuno (che peraltro nella vita sta sui mercati, quindi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro) qui da noi scambia per un successo domestico, in Portogallo nei prossimi giorni si terrà un dibattito parlamentare su cosa fare con un enorme stock di debito che appare sempre meno sostenibile.

Da una segnalazione di Tyler Cowen, questo rapporto dell’International Labour Organization (ILO), l’agenzia Onu che si occupa di diritti del lavoro, mostra quello che accade al sistema delle relazioni  industriali in un paese in profonda crisi economica, caratterizzato da un tessuto prevalente di piccole e medie imprese, che cerca di dare una maggiore flessibilità al proprio mercato del lavoro. Utile a noi italiani per trarre inferenze domestiche.

Qualche numero aggiornato sulla situazione delle finanze pubbliche portoghesi, per ricordarci che la crisi esiste, persiste e sussiste, e che i nodi arriveranno presto al pettine della Grande Coalizione tedesca in via di formazione. Con il termine “crisi”, però, sarebbe utile indicare non quella economica ma quella che la alimenta, e cioè le misure di austerità europea, che stanno determinando un classico avvitamento dei conti pubblici un po’ ovunque, non solo da noi. In effetti, nei numeri e nella situazione portoghese si coglie una certa aria di famiglia.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre l’intera Eurozona è in messianica attesa delle elezioni politiche tedesche del prossimo 22 settembre, lo stato dell’arte del cosiddetto risanamento dei conti pubblici procede sempre più incerto, con tentativi di aggiustamenti marginali che non fanno che rinviare il giorno del giudizio, mentre nei singoli Paesi crescono gli ostacoli di natura costituzionale ai tentativi di incidere in profondità e retroattivamente sulle voci di spesa relative a pensioni e licenziabilità dei pubblici dipendenti.

Ieri il ministro portoghese dell’Economia, Alvaro Santos Pereira ha “svelato” (rigorosamente senza fornire uno straccio di numeri) le linee guida di un programma di rilancio della competitività del sistema delle imprese portoghesi, indicando l’esigenza di ridurre la tassazione aziendale, promettendo crediti agevolati agli esportatori e vagheggiando la creazione di un habitat favorevole all’insediamento nel paese di imprese estere. Il tutto mentre il bilancio pubblico si sbriciola, dal sistema delle imprese di stato emergono nuovi buchi potenziali di dimensioni inquietanti e nel futuro non troppo lontano del paese si profila una ristrutturazione dei termini dei prestiti ottenuti dalla Troika, che peraltro rischia di non servire.

Oggi e domani, a Dublino, un vertice informale dell’Eurogruppo dovrebbe fare il punto del salvataggio cipriota ma, soprattutto, decidere ulteriori agevolazioni finanziarie per Portogallo ed Irlanda. E’ il solito copione, già visto più volte: le previsioni sono sistematicamente errate per eccesso di ottimismo ed alla fine si giunge, a colpi di aggiustamenti successivi, ad accomodare margini di manovra per evitare che il malcapitato paese si schianti. Ma il punto vero è che ci stiamo avvicinando a scoprire se le OMT di Mario Draghi sono solo un bluff o se vengono tenute in serbo per non meglio precisati “altri momenti”.