…un grande passo per l’umanità dolente dell’Eurozona. Intervenendo al World Economic Forum di Davos, la Cancelliera ha ammesso che gli effetti delle riforme strutturali e delle misure di risparmio necessitano di tempo, alcuni anni, prima di produrre effetti: “il nostro compito principale ora deve essere quello di mostrare le prospettive, eventualmente anche creare misure ponte finché le riforme strutturali non arrivino a produrre un’effettiva riduzione della disoccupazione”, evitando così “un’escalation nella situazione politica”.

Dal primo dell’anno, il Portogallo ha visto un impressionante aumento della pressione fiscale: l’aliquota media effettiva dell’imposta sui redditi aumenta del 30 per cento, passando dal 9,8 al 13,2 per cento. Chiunque percepisca più del salario minimo di 485 euro mensili, inclusi i pensionati, si vedrà praticare una sovraimposta del 3,5 per cento sul proprio reddito. Le misure, adottate dal governo di centrodestra di Pedro Passos Coelho, che guida un partito bizzarramente denominato “socialdemocratico”, servono per permettere al paese di centrare i target temporali di consolidamento fiscale negoziati con la Ue per ottenere assistenza finanziaria. Un caso da manuale di autolesionismo fiscale, ma soprattutto di un tipo di autolesionismo che giunge quando la via dei tagli di spesa si è dimostrata insufficiente a raggiungere l’obiettivo. Qualcosa su cui riflettere.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il dato di deficit consolidato di amministrazione centrale e sicurezza sociale del Portogallo, riferito ai primi sette mesi dell’anno. Il risultato è un deficit di 5,2 miliardi di euro, contro i 5,3 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno, calcolati su base omogenea. Considerato che il Pil portoghese nell’ultimo anno si è pesantemente contratto, l’obiettivo di un rapporto deficit-Pil al 4,5 per cento a fine di quest’anno appare vieppiù irrealistico. Ma il punto non è questo, visto che la Troika appare disponibile a premiare l’allievo modello Portogallo con un allentamento del percorso di rientro, come del resto già fatto con la riottosa Spagna. E meno male che la ragione sta cominciando a prevalere. Ma è interessante osservare la composizione dei tagli portoghesi, tra spese ed entrate.

Nelle clausole del salvataggio del Portogallo ce n’è una particolarmente insidiosa e destinata a remare contro il tentativo di risanamento del paese. Il rapporto tra prestiti e depositi del sistema bancario del paese, oggi al 140 per cento, deve scendere a fine 2014 al 120 per cento. La manovra serve a raffreddare il credito all’economia e a ridurne il livello di indebitamento. Se non fosse che, visto che i depositi non crescono (e già si è fortunati che non stiano calando), l’unica manovra possibile per ridurre il quoziente è quella di tagliare i prestiti, cioè di produrre un feroce credit crunch all’economia del paese. E, come noto, i credit crunch sono un toccasana per rilanciare l’economia e produrre aumenti di gettito fiscale.

Mentre siamo ufficialmente entrati nelle quattro settimane (o giù di lì) che porteranno alla implementazione delle misure concordate tra Grecia e Troika per attuare il secondo salvataggio, e mentre attendiamo che anche questo fallisca sotto i colpi della austerità depressiva, anche dall’austeramente virtuoso Portogallo giungono brontolii sordi, presagio di una lacerazione del clima di unità nazionale con la quale il paese si è diligentemente sottoposto al “risanamento”.

Mentre attendiamo il lieto fine posticcio della ristrutturazione del debito pubblico greco detenuto dai privati (che non cambierà di una virgola lo stato tragico dell’insolvenza di Atene), da qualche giorno il Portogallo è tornato nel mirino dei mercati, con un violento allargamento degli spread ed un altrettanto vistoso aumento dei rendimenti su titoli che non sono mai stati particolarmente liquidi.

Mentre i mercati sembrano storcere il naso di fronte alle nuove misure pro-Grecia, giudicandole insufficienti e/o ancora indeterminate (cioè con un elevato execution risk, come direbbero quelli che sanno l’inglese), la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha fatto due conti sull’evento epocale della compartecipazione dei privati ai sacrifici sul debito greco, ed avrebbe scoperto che le banche tedesche pagheranno circa 1 miliardo di euro, per effetto delle decisioni di giovedì, mentre per quelle francesi il cartellino del prezzo sarebbe di circa 1,5 miliardi. Nel complesso, nulla che gli accantonamenti a rischi non possano sostenere.

Ancora una volta, le agenzie di rating sono sul banco degli imputati. L’ultimo ceffone, in ordine di tempo, è quello di Moody’s sul Portogallo, privato di quattro notch (livelli), in territorio junk (la “spazzatura” che tanto piace alla stampa italiana, senza ovviamente avere neppure la più remota idea di che cosa significhi un rating di quel tipo), e mantenuto in negative outlook, il che equivale a nuovi declassamenti a breve-medio termine.