I guasti dell’aggiustamento

Il capo missione del Fondo Monetario Internazionale, al termine dell’ultima “ispezione” in Portogallo, si è lasciato andare a considerazioni che paiono un ibrido tra le chiacchiere da salotto sul meteo e gli oroscopi di fine anno. Malgrado tutto, la realtà riesce ad emergere, sempre.

Mancherebbero (il condizionale è d’obbligo) sei mesi per l’uscita di Lisbona dal programma di assistenza finanziaria della Troika. Sarà comunque molto dura, perché il paese semplicemente non sta in piedi e continua ad accumulare deficit e debito, sino alla soglia oltre la quale si dovrà necessariamente discutere di un writedown del debito, seguendo a ruota la Grecia.

Uscire dal “programma”, però, non vuol dire tornare alla “normalità”. O meglio, occorre ridefinire il concetto di normalità secondo i nuovi canoni di realtà, che sono ben diversi da tutto quello che è accaduto fino a prima dello scoppio della crisi. L’economia deve ristrutturarsi, ma in pochi sono oggi in grado di dire cosa tale ristrutturazione andrà ad implicare per la vita delle persone. O meglio, lo si intuisce ma il tutto viene coperto dal frastuono dei commenti governativi, che annunciano la fine della traversata nel deserto. Salvo scoprire di aver davanti un nuovo deserto.

Cosa ha detto, quindi, Subir Lall al termine della missione portoghese? Questo:

«Le distorsioni nell’economia si sono accumulate nel corso di decenni ed è irrealistico attendersi che possano essere rimosse nei tre anni di un programma di aggiustamento o che il processo di riforme possa essere imposto dall’esterno»

In realtà il processo di riforme è esattamente imposto dall’esterno. Non potrebbe essere diversamente. Se Lall, con questa riflessione, intende dire che serve un cambiamento “culturale” nell’accettare la ristrutturazione dell’economia, e sia. Ma giunti a questo punto servirebbe anche chiedersi se e come il programma di ristrutturazione ha realmente cambiato qualcosa, nel profondo delle economie coinvolte. Noi pensiamo di no, o che molto poco sia realmente cambiato. La stessa Irlanda, che beneficia sia di condizioni irripetibili e precarie (il suo ruolo improprio di centro finanziario contemporaneamente onshore ed offshore) che del forte traino della ripresa britannica (a sua volta frutto di una molto probabile nuova bolla immobiliare e creditizia), non ha cambiato quasi nulla ad esempio nella legislazione sul rapporto di pubblico impiego.

Prosegue Subir Lall, confermando la tesi del cambiamento “culturale”:

«Le trasformazioni di cui l’economia ha bisogno dovranno proseguire per altri 10 o 15 anni, e dovranno crescere dall’interno del paese. Cambiare il modo in cui l’economia risponde e superare l’inerzia richiede uno sforzo continuo e dovrà essere fatto indipendentemente da quale partito politico è al potere»

Questo è vero e continuerà ad esserlo. Ma come contemperare vincolo esterno e democrazia rappresentativa? Ad esempio, oggi la Corte costituzionale portoghese ha rigettato l’allineamento delle pensioni pubbliche a quelle private (che prevedeva tagli del 10% sulle pensioni pubbliche eccedenti i 600 euro), scavando un ulteriore buco di quasi 400 milioni di euro nel bilancio 2014 di Lisbona. Se tentiamo di valutare quanto siano stati efficaci i “programmi” di assistenza sovranazionale, il rischio è scoprire che i cambiamenti reali sono stati comunque limitati, per vari motivi. E’ probabile che i tedeschi si siano accorti di ciò, e per questo ora spingano per i “contratti” aggiuntivi di liberalizzazione, da sottoscrivere con Bruxelles a livello di singoli stati.

Non casualmente, i francesi hanno colto l’occasione per chiedere su questo punto un do ut des: contratti di riforme nazionali in cambio di “solidarietà”, ad esempio con la creazione di un bilancio comunitario per sussidi di disoccupazione o altre risorse messe in pool comunitario, come prestiti a tasso agevolato. Una simile impostazione è il vaso di Pandora, come facilmente intuibile, oltre al cavallo di Troia per un bilancio comunitario realmente federale e che superi l’attuale configurazione centrata sulla politica agricola comune. Per ora pare che vi sarà un rinvio di sei mesi alla discussione sugli “accordi contrattuali” bilaterali (che pare siano duramente avversati da Roma), ma questo dibattito è una spia del fatto che sino ad oggi il cosiddetto aggiustamento pare essere venuto più sul piano contabile (leggasi fiscale) che su quello strutturale.

Come sempre, ci sono due modi per affrontare un cambiamento: subirlo o tentare di governarlo. In Italia, per fare un esempio, non riuscendo a contenere il costo del lavoro attraverso riduzione del cuneo fiscale (ma non da oggi, che siamo sotto le bombe, bensì almeno dagli ultimi 15 anni), arriveremo fatalmente a scardinare la contrattazione collettiva, e l’abbattimento del costo del lavoro avverrà a livello di retribuzioni nominali.

L’assenza di mutualizzazione di risorse a livello comunitario, ed il convincimento tedesco che un’area di oltre mezzo miliardo di persone possa essere gestita come la sommatoria di diciotto piccole economie indipendenti, dove il “risanamento” deve avvenire a livello di singoli stati senza paracadute esterni, ha portato a misure di “salvataggio” che non hanno riformato alcunché. A questo punto, o si vira verso l’integrazione politica oppure la situazione è destinata ad incancrenirsi con crescenti tensioni sociali e fallimenti a catena. Oppure, nella migliore delle ipotesi, a produrre economie esangui per i prossimi 10 o 15 anni, per riprendere la previsione del capo missione del Fmi.

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