Pare che la direzione generale di Mauro Masi, in Rai, riuscirà entrare nei libri di storia aziendale come quella che è riuscita a portare in dissesto conclamato un’azienda che, bene o male, è riuscita a sopravvivere oltre mezzo secolo, e ad un trentennio di competizione. Dal piccolo capolavoro tafazziano della rottura contrattuale con Sky all’andamento “sospetto” (lo scrive il Corriere, ma loro sono poteri forti, sapete) della raccolta pubblicitaria attuata da Sipra, che non riesce a riflettere i brillanti risultati in termini di quota di mercato dell’audience, tutto sembra andare in una sola direzione: ricapitalizzazione della Rai, cioè mani nelle tasche dei contribuenti.

«La sinistra continua, come un mantra, a ripetere che il premier controlla tutte le televisioni, ma la verità è che tutti i talk show della Tv pubblica, tranne uno, sono schierati in modo pregiudiziale contro il governo e contro il premier. Quanto alle reti del gruppo che ho fondato, c’è soltanto Emilio Fede che è come l’ultimo dei mohicani che fa il tifo per me. La regola su tutte le Tv Mediaset è di essere super partes. Il risultato allora è che per apparire in televisione, il premier in Italia dispone solo di una conferenza stampa di fine anno oppure di due talk show all’anno dove i temi sono scelti da altri e in tempi così ristretti da impedire una comunicazione efficace. Tra l’altro una comunicazione che considero impossibile nei ‘pollai’ allestiti da certe trasmissioni dove si fa solo diffamazione a vantaggio della sinistra» – Silvio Berlusconi, 12 giugno 2010

Mentre il premier tuona contro la “Costituzione cattocomunista”, la Vigilanza Rai decide, con i voti di maggioranza ed opposizione, di inserire nel nuovo contratto di servizio un pregevole emendamento sudamericano, che prevede che alla fine dei programmi vengano trasmessi i compensi dei conduttori, degli ospiti nonché i costi dei format dei programmi di servizio pubblico, comprese trasmissioni di approfondimento e tg. Saranno inoltre trasmessi i compensi dei conduttori dei programmi non di servizio pubblico. Una genialata che servirà per titillare quella famosa “invidia sociale” che Silvio Berlusconi denuncia da sempre.