di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare, nonostante il suo blog tratti prevalentemente temi di carattere economico, mi permetto di chiederle, ancora una volta, ospitalità per uno scritto di diritto: nonostante la diversità della materia, questo suo spazio web è uso rilevare incoerenze, contraddizioni e corto circuiti (non solo) istituzionali. “E’ uno sporco lavoro…”, lo si sa da tempo.

A commento dell’ennesimo inutile vertice europeo, quello di Bratislava, alcune riflessioni di Jean Quatremer di Libération sullo stato dell’arte comunitaria, o meglio sulla paralisi frammista a recriminazioni che mina dalle fondamenta l’Unione europea, posta ormai su una traiettoria che ha all’orizzonte un muro. La Ue fallisce per un problema di coordinamento, ma quel che è peggio è che le “soluzioni” proposte non sono in grado di determinarne una discontinuità ed una rigenerazione dall’interno.

di Luigi Oliveri

Il Governo rivendica il risultato di aver fatto “le riforme che si attendono da 30 anni”. Occorre dare atto che di riforme, effettivamente, ne sono state approvate, per quanto negli ultimi 30 anni quello che sicuramente non è mancato sono state proprio riforme su tutto: giustizia, appalti, pubblica amministrazione, condominio, codice dell’amministrazione digitale, fallimento, fondazioni bancarie, scuola, lavoro e via così. Il problema delle riforme, di quelle dei 28 anni precedenti e di quelle degli ultimi 2, non sta né nella quantità, né nel “tempo di attesa”, bensì nella qualità e, quindi, nell’effettiva efficacia.

Ieri l’altro è stata pubblicata una nota di ricerca del Centro Studi Confindustria (CSC), firmata da Alessandro Fontana e dal direttore Luca Paolazzi. In essa si ribadisce che “la flessibilità nelle regole europee su bilanci pubblici è cruciale per il successo delle riforme strutturali. Varata un anno fa, richiede una revisione nella dimensione e nei tempi di rientro. La valutazione dei conti si basa, poi, su stime opinabili dei saldi strutturali”. Argomenti non inediti a sostegno della tesi “vogliamo fare più deficit”, e qualche amnesia selettiva sul come e perché siamo arrivati sin qui, oltre che sulle motivazioni originarie della flessibilità.

Si, lo sappiamo: siete già belli e polarizzati, tra D’Alema versus Renzi: voi avete distrutto l’Ulivo; no, noi lo abbiamo creato; “e loro allora?”, e quant’altro. Sappiamo anche che alcuni di voi sono impegnati allo spasimo a denunciare brunettianamente le malefatte di questo governo violatore seriale delle Euroregole, mentre ai vostri tempi urlavate al golpe della Deutsche Bank contro i Btp ed alla eroica resistenza contro lo Straniero.

E il merito non era di Renzi

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Le autocelebrazioni per il secondo anniversario del governo Renzi cadono in un momento non troppo fortunato, stanti i reiterati segnali di rallentamento globale. Quali sono state le realizzazioni in economia del rottamatore immaginario? E soprattutto, fu vera crescita? La risposta è negativa.

In un’intervista comparsa oggi sul Sole, il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, ha detto che “l’Italia è l’unico paese che sta chiedendo tutte le forme possibili di flessibilità”, e che la flessibilità medesima “dovrebbe essere utilizzata come eccezione e non come regola. Per ragioni di credibilità”.  Proprio questo è il punto: un paese che cresce ancora molto poco, su base quasi esclusivamente congiunturale, sulla spinta di stimoli esterni irripetibili, ed il cui governo pare aver scoperto la pietra filosofale: fare deficit con più deficit.