La maledizione del Recovery Fund

Dalla "malattia olandese" ai pensionati olandesi, il rischio letale (per la Ue) che il Recovery Fund si trasformi nella Cassa del Mezzogiorno d'Europa

Una Cassa del Mezzogiorno d’Europa avrebbe esiti catastrofici per la Ue

Poiché è sempre utile gettare lo sguardo in casa altrui, smettendo per un attimo di fissare ossessivamente l’ombelico italiano, oggi mi è caduto l’occhio su un editoriale del Financial Times il cui l’autore è un economista ed ex responsabile economico del partito spagnolo Ciudadanos. La tesi è che i paesi del Sud Europa rischiano di ricevere dal Recovery Fund non una benedizione ma una maledizione, destinata ad ampliare il divario col Nord e causare tensioni con i contribuenti di quei paesi. Non mi pare una tesi stravagante.

Si inizia con un paradosso di abbondanza: il racconto di una amica di Antonio Roldan, l’editorialista, che lavora in un municipio della Spagna del Sud:

L’intera gestione dei fondi europei sarà un incubo (…) abbiamo troppi soldi! Mi è stato detto di spendere 10 milioni di euro per l’installazione di celle fotovoltaiche in cento edifici pubblici. Ma non penso che abbiamo cento edifici pubblici! Questa è una piccola città!

Troppa grazia, San Recovery

Ecco il punto: troppi soldi, concentrati in troppo poco tempo, costringono i paesi a scelte forzate e spesso a moltiplicare l’esistente, basandosi solo su aspetti quantitativi dell’erogazione. Le celle fotovoltaiche sono “alla moda”? Sono “verdi”? Ottimo, disseminiamone il paese! E chissà quanti ragionamenti del genere, in giro per la Spagna e non solo.

La tesi di Roldan, che mi sento di sottoscrivere, è che gli aiuti europei sono finalizzati a ridurre i gap di competitività tra paesi e regioni, ad esempio in termini di produttività. Se il Recovery Fund verrà centrato solo dal lato della spesa e della domanda, il gap tra Nord e Sud Europa rischia quindi di allargarsi ulteriormente, avvelenando i rapporti nell’Unione.

Secondo Roldan, quindi, la cornucopia del Recovery Fund risulterà in una gigantesca iniezione di domanda senza rilevanti interventi dal lato dell’offerta, a causa di condizionalità che egli considera troppo blande. A ciò si aggiunge l’anestetico dell’azione della Bce, che schiacciando i tassi ha consentito alla politica di concentrarsi solo sulla domanda.

Solo domanda, niente offerta?

È importante sottolineare che nessun soggetto sano di mente chiede austerità in questo drammatico momento; ma se l’aspetto delle riforme dal lato dell’offerta verrà sacrificato al pur fondamentale supporto fiscale della domanda, alla fine ci troveremo con differenziali di competitività allargati, nella sinistra ripetizione di quanto accaduto per decenni in Italia nella gestione del dualismo territoriale tra Nord e Sud. Perché il Recovery Fund dovrebbe appunto essere un meccanismo di riequilibrio regionale su scala europea.

Roldan fa l’esempio delle condizioni problematiche delle politiche attive del lavoro in Spagna e dell’inefficacia delle misure sin qui adottate. Noi italiani potremmo riconoscerci appieno in tale esempio, visto che ormai la nostra politica da tempo è ridotta a cercare marchette sulla stampa per esaltare correlazioni spurie su improbabili “decreti dignità” e altre amenità.

Le riforme strutturali sono quelle di tipo istituzionale in senso molto ampio (anche giudiziarie, ad esempio) e relative al capitale umano. Affiancando a tali riforme dal lato dell’offerta un potente impulso fiscale espansivo dal lato della domanda, l’obiettivo può essere perseguito in modo sinergico.

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Diversamente, anche senza arrivare alla patologia di piramidi in cui superministri controllano supermanager che controllano super-esecutori che bypassano tecnostrutture ministeriali, arriveremo al solito punto morto: quello di spesa a pioggia. Che, in alcuni capitoli, sarà un diluvio biblico, ad esempio sull’ormai mitologico Ecobonus 110%, con un paese furiosamente impegnato a farsi cappotti termici per gli edifici e le banche a intermediare tale diluvio di soldi.

Il diluvio e lo sciacquone

Sotto questo diluvio avremo la solita pioggia di spesa pubblica, dove alla voce digitalizzazione ci sarà lo smartphone di Stato e alla voce greenwashing avremo, letteralmente, sciacquoni e soffioni a risparmio idrico. Perché nulla come il denaro che piove dal cielo stimola la fantasia malata dei compratori di consenso.

Ecco perché, quindi, già ora alcuni paesi (le stesse Italia e Spagna) hanno scelto di non usare l’intera capacità additiva del Recovery Fund ma di destinare parte non marginale di quei fondi a sostituzione di programmi di spesa già in essere, per limitarsi a sfruttare il minor costo del denaro. Alla fine, questa potrebbe essere una misura protettiva per i contribuenti futuri dei paesi interessati. Ma se l’arco temporale di spesa del Recovery fosse esteso, la minaccia e il rischio di distruggere risorse fiscali si ripresenterebbe.

In sintesi, il Recovery Fund, che nasce come strumento di riequilibrio dei gap di competitività, rischia di essere una autentica maledizione, come quella che tende a cogliere i paesi che fanno grandi scoperte di materie prime nel proprio territorio. È sicuramente una feroce ironia della storia, il fatto che tale maledizione sia stata definita malattia olandese. Ora, come ricorda Roldan, il rischio è che dai pensionati olandesi, attuali e futuri, chiamati a compartecipare alle spese del Sud Europa, parta la disgregazione dell’Unione europea.

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