Chiamatelo Epiphany Fund

Epifania, portali via: l'Italia non riesce a comprendere come funziona realmente il Recovery Fund, e solo ora -forse- la politica inizia a percepire che potrebbe essere la corda con cui ci impiccheremo

Niente numeri, siamo italiani

Pare incredibile ma, ormai prossimi al mese di febbraio e con una crisi di governo in atto, l’Italia continua a non aver chiaro il formato del Piano nazionale di resilienza e ripresa. E a non aver chiaro che non si tratta di una poderosa iniezione di domanda ma di un sostegno a riforme dal lato dell’offerta. E che, come tali, producono sulla politica italiana lo stesso effetto delle prime luci dell’alba su un vampiro. Una vera epifania con scarponi chiodati alla ricerca di fondoschiena.

Ieri sul Sole è uscito un efficace articolo di Giorgio Santilli, che prende le mosse dagli sconsolati commenti del Commissario Ue Paolo Gentiloni, “il nostro uomo a Bruxelles”. A conferma dell’orientamento anti-numerico che pervade la nostra classe verbale (i.e. di parolai), troppo impegnata in un duro braccio di ferro per spartirsi il jackpot, scrive Santilli che le riforme “sono enunciate in poco più di una pagina. Ma non ci sono misure, dettagli, obiettivi”. Anche perché, “queste riforme pesantissime tentiamo di farle da anni e non ci riusciamo”.

Il fondo con le riforme intorno

E qui sta il punto. Incredibilmente passato sotto silenzio per lunghi mesi, tra improbabili Stati generali (io ve l’avevo detto, che quel termine portava sfiga), strutture piramidali con faraoni al vertice e mandarini alla base, zuffe di ex-maggioranza dove qualcuno si è presentato come “nuovo” in lotta contro la conservazione ma in realtà punta a fare essenzialmente spesa, altrimenti non si spiegherebbe l’indecente manfrina sui fondi del MES che tolgono i peccati dal mondo.

A proposito di condizioni, forse è proprio in questi giorni e ore di crisi conclamata che ai nostri parolai falliti comincia ad albeggiare che il Recovery Fund ne ha di maledettamente alte e strette, altro che farsi bastare formule di rito come “green”, “digitale” e quant’altro. Ma qualcuno ha per caso guardato le Country Specific Recommendations per il nostro paese? E questo qualcuno si rende conto che queste sono le radici del Recovery Fund?

Forse no, visto che le CSR di solito da noi causano moti di orgoglioso patriottismo indipendentista (dalla Ue), a intransigente difesa di tutti i parassitismi che custodiamo gelosamente. Se qualcuno si fosse accorto che non basta darsi una mano di verde e attendere fiduciosi i bonifici da Bruxelles ma che si deve mettere mano alle famose “riforme”, che di solito molti dei nostri analfabeti (dis)funzionali connettono direttamente al concetto di “austerità”, forse l’entusiasmo per il Recovery Fund sarebbe venuto meno o sarebbe fortemente scemato.

Numeri? Su che ruota?

Nella bozza di PNRR inviata in parlamento, prosegue l’articolo di Santilli,

[…] uno strumento decisivo per Bruxelles è passato sotto silenzio. E anche nella fattura del piano, gli obiettivi misurabili (i target) che vanno esplicitati per ogni singola misura, non ci sono. Il governo promette che ci si sta lavorando e che arriveranno prima di inviare il piano definitivo alla Ue. Finiranno nelle schede tecniche allegate al piano. Ma non sono affatto un elemento secondario, da liquidare in un allegato.

No, direi che non lo sono affatto. Perché sono l’architrave di tutto, e soprattutto si ottengono da una analisi costi benefici che va esplicitata, in metodologia e numeri:

Quanti passeggeri in più garantisce all’Alta velocità la Roma-Pescara? Di quanto riduce i tempi di percorrenza? Che Pil produce? E perché magari – con le stesse misurazioni – non metterla in concorrenza con una metropolitana urbana o con il sistema portuale o ancora con un’altra opera ferroviaria (magari regionale)? Le misurazioni non sono un fastidioso allegato tecnico da risolvere ma dovrebbero essere alla base delle scelte sulle azioni da adottare.

Disperante, non trovate? È l’intera filosofia del Recovery Plan che pare non essere stata compresa dagli italiani. Purtroppo per noi, le scelte vanno motivate con numeri, quegli strani segni che la nostra cultura umanistica rigetta. Invece, quei numeri e il modo a cui si arriva ad essi servono ad aprire la famosa interlocuzione con la Commissione Ue per avere quei maledetti soldi. O forse, più che i soldi ad essere maledetta è l’insipienza di chi guida un paese ormai disperato eppure orgoglioso di esserlo. E non sto parlando solo dell’ultimo esecutivo in ordine cronologico, badate.

Far di conto? Ve la racconto

Perché, vedete, se non si portano numeri e metodi per giungere a quei numeri, non è possibile sperare di aprire le famose “interlocuzioni”, magari fatte di ammiccamenti e battutine durante i consessi europei, e portare a casa i soldi. Questo sarà anche il paese di Alberto Sordi e di innumerevoli altre figure guascone e cialtrone della nostra patria iconografia, ma pare anche che questi personaggi in Europa non riscuotano grande successo.

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Per tacere dell’entità che deve guidare la famosa “messa a terra” dei fondi, la pubblica amministrazione. Sempre Santilli:

Perché non c’è nessuna idea di come far funzionare la Pa, non c’è nessuno strumento che si mette in campo valido per oggi ma che cominci a fare il primo passo in una giusta direzione anche per il domani. Sul funzionamento della Pa, questo governo – come anche quello precedente – ha saputo proporre solo deroghe, scorciatoie e commissari. Un disegno della straordinarietà, una scommessa su cui il Paese ci si gioca l’osso del collo. 

Beh, sì, in caso si lottizza un congruo numero di commissari straordinari e si risolve, no?

Siamo europeisti, aiutateci

Purtroppo per la nostra minoranza ex maggioranza, pare anche che non basti invocare un non meglio specificato “europeismo” per portare a casa il bottino. Lo abbiamo sentito e lo stiamo sentendo in modo ossessivo, in questi giorni. Maggioranze “europeiste”, che non è chiaro se definite tali perché portano sulla giacca il distintivo con la faccia di Adenauer, De Gasperi e Schumann, oppure un’immagine dell’isola di Ventotene; invocazioni a riforme della giustizia di impostazione “europeista”, forse perché sinora le nostre sono state di stampo sudamericano o mediorientale. Gruppi parlamentari creati dal marketing politico di Porta Portese. E quant’altro. In breve, serve “europeismo”, signora mia.

Ma ho una notizia per voi: agli altri paesi europei, del vostro “europeismo” straccione non importa nulla, se non per evitare di pagare tasse che alimentino la vostra cialtronaggine parolaia. Allo stesso modo in cui non importa nulla di un’eventuale maggioranza “sovranista all’italiana”, cioè orgogliosamente mendicante e che minaccia di farsi esplodere nel proprio cassonetto, non solo della storia. Ridurre il danno, contenere l’infezione italiana.

C’è una piccola consolazione, in questa vicenda: la possibilità di assistere allo spettacolo di analfabeti funzionali che per mesi hanno tentato di esorcizzare il MES pandemico, temendo si trattasse del Cavallo di Troika, scoprire improvvisamente con orrore che il loro biglietto vincente della lotteria è in realtà una trappola degli Austerici. Sarebbe una piccola grande nemesi contro quel grumo di cinismo, ignoranza e malafede che ci ha inghiottiti. Non salverà il paese ma non si può aver tutto, nella vita.

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