Recovery Plan e Giustizia: senza numeri, restano costose chiacchiere

Per raggiungere gli obiettivi servono processi misurabili la cui responsabilità sia direttamente identificabile. Anche per questo il Recovery Fund rischia di stravolgere e travolgere il pacioso mondo degli imboscati italiani

Nel paese dei responsabili senza responsabilità

di Francesco G. Capitani

Nel mondo incantato delle pubbliche amministrazioni italiane (e al governo) non va proprio la faccenda che l’idea del Recovery Fund sia imporre la quantificazione dell’impatto economico dei progetti nazionali per l’approvvigionamento dei finanziamenti comunitari. Il ritardo storico del paese a darsi una cifra impatta con le strettoie imposte dalla Commissione Ue: o sei dentro – cioè il paese membro è in grado di quantificare risultati economici dei progetti che intende realizzare – o sei fuori e perdi gran parte dell’erogazione promessa.

Ad esempio: il settore giustizia, la cui riforma verrebbe finanziata per due miliardi di euro. Ottime le intenzioni – digitalizzazione del processo, incentivazione delle procedure alternative al ricorso in tribunale, migliore funzionalità degli uffici giudiziari – e fin qui pare incollato dai programmi dei partiti alle elezioni, fiere del sinonimo e del bon ton sociologico. È inoltre previsto il miglioramento delle prestazioni degli uffici giudiziari mediante digitalizzazione e tracciabilità delle procedure al fine di abbreviare i tempi processuali e smaltire il contenzioso.

Solo norme, niente numeri

Ma non c’è un numero, solo l’uso della leva normativa. Ovvero, si proclama l’efficientamento degli uffici giudiziari, la promozione di azioni disciplinari per gli operatori meno capaci e l’alimento delle competenze dirigenziali; ma manca il numero, quelle entità matematiche che se tirate troppo si strappano e che bisogna guardarsi dal provocare. Per non sbagliare, non se ne fa menzione.

Perché?

Nell’amministrazione italiana non ha mai funzionato l’aggregazione dei dati per il comparto giustizia e, in particolare, per ogni singolo ufficio giudiziario. C’è stato un tentativo nel 2012 che ha condotto ad esiti che paiono più esercizio di statistica descrittiva con poche ambizioni di pungolo dell’esistente che parametri di indicizzazione delle performance – mancano le risorse finanziarie e materiali assegnate a ciascun ufficio, al fine di misurarne efficienza ed economicità -.

Le ragioni stanno in un deficit di formazione intellettuale delle élite giudiziarie – cioè classicheggianti e poco amiche dei numeri, alla faccia di Democrito e di Leibniz – e nel velo ingannatore che dei numeri – ad esempio, di bilancio – possa farsene a meno nella regolazione degli affari pubblici e giudiziari, tanto Roma interviene solo mettere pezze ai deficit. Inoltre numero vuol dire indicatore di produttività dell’operatore o del singolo ufficio – al cui accenno qualsiasi organizzazione sindacale mette mano alla fondina -.

Piacciano o no, i numeri quantificano e metterebbero alla gogna chi non raggiunge certe performance. E sarebbe utile pigliarci confidenza. Ogni numero ha un padre ed un responsabile – che sistematicamente dirà che è affar d’altri, del sistema o dello stato delle cose che si è trovato a governare – e, dunque, un nome ed un cognome. Misurare le performance sui numeri dell’ufficio vuol dire responsabilizzare e consacrare nei contratti di lavoro indicatori qualitativi e quantitativi di prestazione, legando compensi a produttività.

“Non siamo numeri”

Ma nessun operatore pubblico – dirigente, amministrativo o magistrato che sia – intende farsi giudicare da una cifra raccolta dal cinico statistico di Stato – che sia il tempo medio per pronunciare sentenza o il numero totale di richieste dell’utenza evase nel singolo ufficio -. Tal che, i premi di produttività attualmente previsti sono pozze per cavalli, fatti in modo per venire attribuiti a quasi tutti finendo per non selezionare nessuno.

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Cercando fra i programmi per la giustizia annunciati nel Recovery Plan si trova altro di più interessante – alcuni tentativi di giustizia predittiva, cioè di implementazione di modelli di intelligenza artificiale per la previsione delle decisioni giudiziali, che nulla però incidono sulla responsabilizzazione degli operatori – ma di progetti di elaborazione dati per distretto od ufficio nemmeno l’ombra: non servono e annuncerebbero sinistre meritocrazie. I numeri ancora non contano.

Tanto meno, nessun accenno si fa all’impatto dei progetti sulle performance nazionali: nemmeno l’appetito per i 209 miliardi del Recovery Fund pare destare il paese dalla comfort zone dell’inefficientismo italico.

Con questo post dell’avvocato Capitani abbiamo scoperto (per chi non fosse già giunto alla conclusione) che la misurazione delle prestazioni è un’intollerabile vessazione, in questo paese. Oltre all’inclinazione anti-misurazione delle nostre “élite classicheggianti” (notevole, questa!) ed alla invincibile inerzia di sistema, che impedisce la ristrutturazione dei processi, intesi non solo specificamente come rito di giustizia ma in senso lato come serie coordinata di attività preposte al perseguimento di una finalità.
Invece, dovrebbe funzionare così: stabilite le finalità e disegnato il processo, si quantificano e allocano le risorse, identificandone i “proprietari”, la cui performance è poi misurata. Senza misurazione di performance, non ci sono “proprietari di processo” sostanziali ma solo formali, e non c’è responsabilizzazione. Questa è la radice della decomposizione della pubblica amministrazione italiana, che porta con sé il paese ma che di tale paese è prodotto caratteristico. (MS)

Foto di Mona Tootoonchinia da Pixabay

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