di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

periodicamente, circa ogni mese, articoli di stampa ci informano con dovizia di stime delle mirabilie di risparmio sulla spesa per forniture e servizi che si determinerebbero, se tutte le amministrazioni acquistassero dalla Consip. In particolare, ci si informa che il risparmio medio consentito dall’accentramento della spesa ammonta a circa il 20% del costo di prodotti di largo utilizzo, come i computer, le stampanti e similari. Le informazioni vengono regolarmente completate, poi, con qualche dichiarazione di componenti o consiglieri del Governo, pronti a rilevare che grazie all’applicazione dell’accentramento della spesa si riesce a garantire qualcosa come 5 miliardi in un triennio di minore spesa sull’aggregato delle acquisizioni di beni e servizi, che ammonta a circa 131 miliardi l’anno, dei quali sono “aggredibili” circa 78-80 miliardi. Ma, egregio Titolare, qui le cose per chi scrive e capisce poco di economia si complicano.

Ieri il presidente della associazione di consumatori Adusbef, Elio Lannutti, ha emesso una nota di dura critica nei confronti del veicolo Atlante, quello che dovrebbe puntellare le ricapitalizzazioni di alcune banche e rilevare i crediti in sofferenza del sistema. Premesso che le critiche ad Atlante sono anche nostre, Lannutti nella nota si lancia in affermazioni piuttosto impegnative e non propriamente circostanziate, e ci fornisce l’occasione per capirne di più sul proteiforme ed ubiquo concetto di sussidio, che infinito debito addusse agli italici.

Ieri Istat ha pubblicato il conto economico trimestrale delle amministrazioni pubbliche, al quarto trimestre 2015. Da un piccolo aggiustamento contabile è derivato un lieve aumento della pressione fiscale. L’occasione è risultata quindi ghiotta per il consueto lancio dell’Ansa, questa volta (ovviamente) dalle file dell’opposizione. Il tutto scordando una cosuccia chiamata partita doppia.

Andate a reperire questo agile libretto, e leggetelo. Non è complesso, anzi. È rigorosamente divulgativo, scritto da un economista che non è più tra noi. Da esso scoprirete come siamo arrivati sin qui, in caso foste troppo giovani, troppo smemorati o troppo furbi per ricordare. Scoprirete quanto costa e quanto vale il vincolo esterno per il nostro paese, da sempre. Scoprirete anche che abbiamo una sorta di propensione antropologica a rifiutare la realtà ed i suoi vincoli, e che non è che si stesse poi così bene quando si stava male, sul piano economico. Il tutto con annesso corredo vittimistico, si capisce.

Ieri l’altro è stata pubblicata una nota di ricerca del Centro Studi Confindustria (CSC), firmata da Alessandro Fontana e dal direttore Luca Paolazzi. In essa si ribadisce che “la flessibilità nelle regole europee su bilanci pubblici è cruciale per il successo delle riforme strutturali. Varata un anno fa, richiede una revisione nella dimensione e nei tempi di rientro. La valutazione dei conti si basa, poi, su stime opinabili dei saldi strutturali”. Argomenti non inediti a sostegno della tesi “vogliamo fare più deficit”, e qualche amnesia selettiva sul come e perché siamo arrivati sin qui, oltre che sulle motivazioni originarie della flessibilità.

Oggi sul Foglio compare la replica con cui lo zar della spending review, Yoram Gutgeld, tenta di confutare i numeri di Veronica De Romanis, secondo i quali i leggendari risparmi di spesa pubblica per 25 miliardi di euro, frutto di “iniziative intraprese tra il 2014 e il 2015 e la legge di Stabilità 2016” si risolvono in realtà in una “variazione netta negativa” di spese per soli 360 milioni, di cui 319 in conto capitale.

Ieri abbiamo appreso da Sergio Rizzo sul Corriere i numeri delle Ferrovie Sud Est (FSE), la compagnia ferroviaria pugliese controllata dal Ministero delle Infrastrutture, assurta a notorietà nazionale dopo che il nuovo capo azienda nominato da Graziano Delrio ha deciso di mettere il naso nei suoi conti. Sono numeri che testimoniano, se mai ve ne fosse bisogno, lo stato di decomposizione di ampie parti del settore pubblico allargato di questo paese, quello che contribuisce al sanguinamento dei conti pubblici ma soprattutto alla drammatica inefficienza della missione pubblica.