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La quadratura del cerchio di cittadinanza

Come da consolidata tradizione italiana, ogni grande riforma o presunta tale viene puntualmente generata con tali e tante “sviste” da produrre esiti quasi antitetici agli obiettivi. Segue furioso dibattito polarizzato, dove di solito i somari inconsapevoli hanno il megafono più amplificato e i politici cavalcano le onde sonore. Anche il reddito di cittadinanza e la riforma del medesimo non sfuggono a tale tradizione.

Premesso che, su questi pixel, potete trovare una pluriennale letteratura, mia e di Luigi Oliveri, sul tema, e che nulla troverete che assomigli a critiche caricaturali del tipo “oddio, sono spariti cuochi e stagionali per colpa del reddito di cittadinanza, signora mia!” (semmai confutazioni di tali tesi), ora tocca comunque assistere a difese a oltranza di un provvedimento tra i più onerosamente disfunzionali prodotti da uno stato ed un legislatore ferocemente disfunzionali.

Salterei serenamente la parte “ce l’hanno in tutta Europa, solo noi e la Grecia eravamo senza!”, che tendono a scordare la presenza di altri “istituti” nostrani equivalenti, tipo cassa integrazione di lungo corso, pensioni di invalidità, indennità di accompagnamento e pensioni create in assenza di contributi per categorie specifiche, possiamo dare per acquisito che il reddito di cittadinanza è un po’ come il comunismo: un’idea meravigliosa ma implementata in modo atroce.

Per tirare le fila su quello che non funziona e ciò che andrebbe fatto, oggi c’è un assai utile articolo di Tito Boeri e Roberto Perotti su Repubblica. Dove, tra le altre cose, viene ribadito quello che Luigi Oliveri scrive dalla nascita del sussidio: e cioè che in esso sono coinvolti soggetti poco o per nulla occupabili e che si mischiano politiche attive del lavoro a politiche sociali, e questo produce esiti disfunzionali.

Un Rei maggiorato

Nei fatti, oggi il reddito di cittadinanza è un reddito di inclusione (Rei) con importo robustamente maggiorato. Che peraltro manca il bersaglio del contrasto alla povertà, o meglio lo persegue in modo inefficace e inefficiente. Perché? Anche questo è noto da tempo: la povertà che riguarda gli stranieri resta inattaccata, dato il requisito di dieci anni di residenza in Italia per poter accedere al reddito di cittadinanza. Questo è il frutto del sovranismo becero che ha partorito la misura, come ricorderete.

C’è poi l’altro grande baco del sussidio, frutto delle ristrettezze finanziarie in cui è stato generato: penalizzate le famiglie numerose rispetto ai single, perché la scala di equivalenza è fortemente schiacciata.

Voi capite che, se dovessimo ricalibrare il reddito di cittadinanza in modo da renderlo più funzionale all’obiettivo di contrasto alla povertà, la spesa esploderebbe oppure dovremmo abbattere l’assegno erogato. Come scrivono Boeri e Perotti, quindi,

[…] il Reddito di cittadinanza raggiunge troppi pochi dei poveri oggi presenti nel nostro Paese. Questo significa che, una volta riformato, non costerà presumibilmente meno che adesso

Che si fa, quindi? Prima di fare salotto e dibattere del e sul nulla, servirebbe rispondere a questa domanda. Perché, nell’assetto attuale, la mission di contrasto alla povertà clamorosamente bucata.

Lavoro, che fare?

E per il lavoro, data la premessa e la realtà che i destinatari sono in prevalenza soggetti ai margini del mercato? E in che modo il reddito di cittadinanza può essere usato per spingere la riattivazione? Senza scordare il fenomeno pervasivo del sommerso, per cui un percettore del reddito non intende perderlo con contratti regolari.

Si potrebbe integrare il reddito di cittadinanza col lavoro regolare e in modo da non fare perdere pressoché immediatamente il beneficio. Ma in quel caso diverrebbe qualcosa di molto simile all’Earned income tax credit, che di solito solleva critiche da sinistra secondo le quali in tal modo si fa un regalo agli imprenditori, consentendo loro di tenere bassi i salari.

Ho seri dubbi, date le non-qualifiche dei beneficiari, che sostenere “pagateli di più” porterebbe a esiti costruttivi. Semmai il contrario, con un trionfo del nero e un suo eventuale allargamento anche a settori “emersi”, con devastazione finale delle basi imponibili.

Ancora: si potrebbe creare una sorta di reddito universale di base, in somma fissa capitaria, e lasciarlo anche in caso il percettore trovi lavoro. Ma costerebbe un botto. Per farla breve, un bel rompicapo e i soliti tradeoff, che la politica rifugge.

Costo della vita disomogeneo sul territorio

C’è poi un altro punto critico, sottaciuto da tutta la politica. Lo ricordano Boeri e Perotti:

Tutto questo non significa che il Reddito di cittadinanza funzioni a meraviglia. È anzi nostra convinzione che vada riformato. Può darsi che il suo importo sia eccessivo rispetto ai salari medi in certe regioni del Sud, ma questo è un argomento per differenziarlo tra regioni, non per abolirlo. Una scelta politicamente esplosiva, ma da valutare seriamente.

Ecco, appunto. Serve riconoscere che il territorio non è omogeneo, in termini di costo della vita. Voi pensate che qualcuno, tra i politici di ogni colore, vorrà scoperchiare questo vaso di Pandora e della realtà? Una scelta da “valutare seriamente”? Certo, certo.

Come avrete -spero- intuito, qui siamo in presenza di un tema quasi intrattabile, per numero di criticità e vincoli. Un primo passo sarebbe già quello di evitare polarizzazioni; invece, già oggi vedo Boeri e Perotti portati in processione come la statua della santa patrona, al grido “visto? Lo dicono anche gli economisti bocconiani: giù le mani dal reddito di cittadinanza!”

Quanti sconfitti dal mercato del lavoro

A valle di tutto ciò, riflettiamo su un ulteriore inquietante punto: se il reddito di cittadinanza è il sacrosanto pronto soccorso per gli sconfitti dal mercato del lavoro, e se il numero di tali sconfitti è in continua crescita, pandemia o no, significa che abbiamo un problema molto grave, come comunità nazionale. Ma per ora fingeremo di non riconoscerlo.

Futile nota a pie’ di pagina: vedo che Salvini riconosce di aver commesso un errore, votando per il reddito di cittadinanza. Siamo in piena stagione di pentitismo politico, come si nota. Che non sapremmo se definire ammissione di incapacità o cinico espediente reso possibile dal fatto che gli elettori, cristianamente, perdonano tutto, grazie alla loro nota demenza politica (i.e. distruzione della memoria di breve termine). Per tutto il resto ci sono i gemelli Conte che, presi collettivamente, non sbagliano mai.

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