Il male francese

Friday, 6 September, 2013

in Discussioni, Economia & Mercato, Unione Europea

L’economia francese presenta alcune peculiarità, che fanno del paese un caso di studio di un malessere economico strutturale, che tuttavia i mercati paiono non percepire né prezzare di conseguenza. Tutto si riconduce al mercato del lavoro, che è in evidente sofferenza.

Il tasso di disoccupazione ufficiale francese nel secondo trimestre di quest’anno è salito al 10,5%, pericolosamente vicino al massimo storico di 11,2% toccato nel 1997; era al 7,5% nel primo trimestre 2008. Il numero delle persone disoccupate, oggi a circa tre milioni, è aumentato in otto trimestri di mezzo milione di unità, e di un milione rispetto ai minimi del primo trimestre 2008. Per contrastare questa pericolosa tendenza, il presidente François Hollande ha annunciato l’intensificazione di programmi pubblici a sostegno dell’occupazione, sia nella forma di schemi di creazione di impiego che di assistenza diretta alle imprese che creano nuova occupazione.

Tra questi ultimi schemi rientra il cosiddetto “emploi franc, che prevede un sussidio di 5.000 euro ad imprese che assumono soggetti under 30 che vivono in aree urbane “sensibili”, che si qualificano per gli aiuti di stato entro l’ambito della politica urbana francese. Programmi di questo tipo, come tutte le erogazioni di sussidi alle assunzioni, sono problematici perché non vi è realmente modo di quantificare la spinta alla creazione netta di occupazione, visto che la maggior parte di quegli impieghi si sarebbe creata comunque. Inoltre, lo schema rischia di creare distorsioni al mercato del lavoro, consentendo l’assunzione di giovani provenienti da aree sensibili in luogo (ad esempio) di soggetti più anziani che vivono altrove. Senza contare le polemiche sulla identificazione delle aree sensibili, che al momento sono per il 75% amministrate dai socialisti.

L’altro programma d’impiego sussidiato è “emplois d’avenir” (lavori per il futuro), in cui lo stato paga (per un massimo di tre anni) sino al 75% del salario minimo per soggetti under 25 a bassa qualificazione professionale e disoccupati di lungo periodo assunti da amministrazioni pubbliche locali o no-profit. Tale sussidio scende al 35% del salario minimo per impieghi creati dal settore delle imprese. Tra novembre 2012, quando questo sussidio è stato introdotto, e luglio di quest’anno si sono creati 40.000 nuovi posti, mentre il governo punta a quota 100.000 per la fine di quest’anno. Sono stati poi attivati schemi di formazione permanente per riconversione professionale.

Il risultato è che il ministero del Lavoro stima che, a fine di quest’anno, il numero di impieghi sussidiati toccherà il livello di oltre 570.000, pari al 2,3% del totale dell’occupazione francese. La Francia, che dispone ancora di risorse fiscali spendibili per programmi di welfare, reagisce in tal modo alla crescita della disoccupazione, che tuttavia appare un fenomeno ormai strutturale. Non è con impieghi sussidiati, peraltro concentrati su soggetti low-skilled ed a rischio di emarginazione sociale, che sarà possibile produrre sviluppo. La realtà è che tali schemi spesso occultano la reale entità della disoccupazione.

Un paese che di fatto non soffre di credit crunch bancario, e che riesce ad indebitarsi a costi non troppo dissimili da quelli della Germania. Eppure, un paese con un mercato del lavoro in crisi ed in costante rosso di bilancia commerciale, peraltro con trend in peggioramento pluriennale, ad indicare una costante perdita di competitività che inevitabilmente si riflette sul mercato del lavoro. Un equilibrio estremamente precario, o meglio uno squilibrio ormai ben radicato. Ma ai mercati, nella valutazione del complessivo rischio di credito del paese, pare (ancora) non importare granché. Viviamo in tempi decisamente complessi.

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