Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Senza perdere il controllo

in Economia & Mercato/Italia

Il governo annuncia la cessione di alcuni attivi patrimoniali, tra i quali figura ben il 3% di Eni, che dovrebbe fruttare alle casse pubbliche ben 2 miliardi di euro. Che dire? Alcune cose.

Intanto, non è chiaro a che serviranno esattamente questi due miliardi, ma possiamo solo sperare che vadano a riduzione di debito e non per finanziare spesa corrente o riduzione una tantum di imposte. Poi possiamo dire che Eni, ai prezzi attuali, ha un dividend yield del 6%. Il che vuol dire che, se confermato, il Tesoro non incasserà più dividendi per una somma che possiamo stimare sui 120 milioni di euro annui. Se quei due miliardi andranno ad abbattere il debito pubblico, però, avremo minori interessi passivi da pagare. Sapendo che il costo medio del debito pubblico italiano è di circa il 4,5%, ciò significa che risparmieremo 90 milioni annui. L’operazione pare concludersi con un saldo annuo negativo (cioè deficit) per 30 milioni di euro, ma sicuramente ci sfugge qualcosa.

Ma c’è un altro aspetto dell’operazione, che è massimamente sfizioso. Ad oggi, la Cassa Depositi e Prestiti possiede il 26,37% di Eni, mentre il Ministero dell’Economia ha il 3,93%. Come specificato in conferenza stampa dal ministro Fabrizio Saccomanni, l’obiettivo è quello di cedere il 3% di Eni ma effettuare anche un’operazione di riacquisto di azioni proprie (buyback), da annullare successivamente, in modo da mantenere la mano pubblica al 30% di possesso complessivo.

Ora, chi metterà i soldini per il buyback di quelle azioni? L’Eni stessa, utilizzando il proprio cashflow. Se Eni utilizzerà debito per ricomprare azioni proprie si troverà ad avere pure un piccolo risparmio e a limare il proprio costo medio ponderato del capitale, visto che il suo costo del debito è inferiore al dividend yield che paga sulle proprie azioni. Non solo: a parità di ogni altra condizione, l’utile per azione (earnings per share, EPS) di Eni è destinato ad aumentare, ed il mercato potrebbe pure apprezzare (non così immediato, in realtà, ma mettiamolo tra gli esiti possibili). Abbiamo inventato il moto perpetuo, signori. E poi non dite che la finanza è cattiva. Ah, c’è anche il piccolo problema che, per riportare il peso pubblico al 30% complessivo, Eni dovrebbe riacquistare il 10% di azioni proprie, con un esborso pari a circa 6 miliardi di euro ai prezzi correnti, ma sono dettagli.

P.S. Per SACE e Grandi Stazioni è prevista invece una privatizzazione vera, potendo la quota di proprietà ceduta arrivare al 60%. Questa è operazione interessante, sotto molti aspetti, anche se probabilmente non sotto quello delle risorse incassate. Ma non si può avere tutto nella vita.

AggiornamentoL’Agenzia Radiocor ricorda che questa operazione appare pressoché identica a quella che nell’estate del 2012 portò alla cessione di Snam da Eni alla Cassa Depositi e Prestiti.

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