Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Generazioni perdute

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L’Italia, di un colpo, dal 24 aprile ha recuperato 30 anni nel calendario, il 2013 è l’anno che verrà ricordato come una svolta generazionale senza precedenti nella storia repubblicana italiana“, ha detto ieri il premier, Enrico Letta. Il rischio è che, dietro queste parole, si celi il nulla o comunque la reiterazione di antichi riflessi condizionati della politica di un paese ormai alla deriva.

Se abbiamo quarantenni al governo convinti di essere ministri non già delle politiche agricole bensì degli agricoltori (cioè sindacalisti e vessilliferi di un protezionismo fallito), e quarantenni che dalle file della maggioranza farneticano di nuove ed ulteriori tasse contro inesistenti “gruppi di pressione”, è difficile che una reale discontinuità si sia prodotta. Le coazioni a ripetere, in un paese pietrificato come l’Italia, travalicano il gap generazionale: questo è il dramma che viviamo.

Se esaltiamo il dato anagrafico e reiteriamo quegli stessi comportamenti e quelle credenze politiche che ci hanno portato sin qui, rischiamo solo il ridicolo prima dell’ammainabandiera finale. Il dato di base dell’Italia è la tendenza del discorso pubblico (e della prassi ad esso conseguente) ad inglobare tutto e rendere tutto indistinto: passeremo dall’aver avuto delle mummie imbalsamatrici ad avere delle giovani mummie che inseguono ombre e retorica. E questo non farà che aprire la strada a narrative di fuga dalla realtà, che sono l’anticamera dell’implosione.

Essere quarantenni ed aver consentito di approvare il decreto Salva Roma secondo gli stessi criteri delle “leggi mancia” di sempre, non qualifica alcuna discontinuità. Perché se all’inizio di una esperienza ministeriale alcune frasi potevano essere viste come il necessario pedaggio da pagare a retorica e compromessi, giunti a questo punto il dubbio che possa trattarsi di antiche tecniche di conservazione di un potere fine a se stesso cresce ogni giorno di più. E se si lancia uno sguardo a ritroso, si scopre che siamo avvolti da carta moschicida e sapevamo pure come sarebbe finita, pensate. Discontinuità generazionale? Ma anche no.

Resta da capire se è questo sistema ad inglobare tutto e tutti, con la sua formidabile inerzia frutto di un modello culturale irriformabile. Come che sia, ora che ci siamo giocati anche la carta propagandistica della discontinuità generazionale, ci restano stregoni e guaritori, in ideale linea di continuità col passato. E già li vediamo operare quotidianamente, peraltro.

Aggiornamento – Il pluriquarantenne Giorgio Napolitano non gradisce l’appesantimento emendativo sul Salva Roma, e il decreto salta. Finirà tutto nel suo contenitore naturale, il Milleproroghe, non temete. La continuità prima di tutto. In ogni generazione.

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