Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Vita in provincia – Il Jobs Act che non vi fu

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Ieri, intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere, il premier Matteo Renzi ha rispolverato tutto il suo ormai ben noto strumentario retorico sulla “rivoluzione” che scalza le rendite di posizione che soffocano il paese, eccetera. Di rilevante c’è che, nel corso dell’intervista, Renzi ha esplicitato un concetto che lo colloca in piena continuità con la consolidata tradizione dei nostri politici. Quella di parlare di esperienze estere di cui nulla sanno, e quella di piazzare delle granitiche causalità dove invece esistono solo friabili correlazioni.

Tutto avviene su questa frase di Renzi:

«In America il Jobs Act di Obama ha portato la disoccupazione sotto il 7%; noi siamo al 13, e tra i giovani al 42»

Prego? Forse è arrivato il momento di fare un minimo di fact checking su questa storia del “Jobs Act di Obama”.

Intanto, diciamo che negli Stati Uniti ci sono stati due Jobs Act. Uno, che è quello che è effettivamente nato, è l’acronimo di Jumpstart Our Business Startups, ed è finalizzato a sostenere l’imprenditorialità e lo sviluppo della piccola e media impresa essenzialmente attraverso la semplificazione della regolamentazione federale nella raccolta di capitale. Le disposizioni di quel JOBS Act hanno permesso, tra le altre cose, lo sviluppo di forme di crowdfunding d’impresa limitando notevolmente gli adempimenti. Ad esempio, tramite piattaforma web, oggi le piccole imprese possono raccogliere sino ad un milione di dollari annui di capitale da piccoli investitori-donatori, sotto ovvie regole di protezione del risparmio stabilite dalla SEC.

Inoltre, quella legge prevede l’estensione del cosiddetto “mini-IPO offering“, che ora consente di raccogliere sino a 50 milioni di dollari di capitale (in luogo dei precedenti 5), in un contesto di adempimenti SEC semplificati. Da ultimo, è stato creato il cosiddetto IPO On-Ramp, che consente alle imprese giovani e ad alto tasso di crescita di attendere un periodo sino a 5 anni dopo la quotazione in borsa prima di mettersi in regola con le disposizioni SEC in materia di revisione contabile e di disclosure al mercato.

In estrema sintesi, questo JOBS Act (Jumpstart Our Business Startups) è un provvedimento, convertito in legge con appoggio bipartisan, che consente alle PMI la raccolta di capitale con meno intralci burocratici, pur con vincoli di tutela del pubblico risparmio e degli investitori. Ora, la domanda è la seguente: per caso questo è il modello di JOBS Act a cui Renzi si ispira, da sempre? No, ad evidenza. Non esiste alcun atto legislativo dell’attuale governo che vada in direzione anche vagamente simile a questa.

Quindi, per forza di cose, il Jobs Act di cui parla Renzi anche quando gli chiedono l’ora deve essere l’American Jobs Act. Che era costituito da un paio di disegni di legge di iniziativa presidenziale (e stampo moderatamente keynesiano), presentati a settembre 2011 e volti a ridurre quella che all’epoca era una disoccupazione alta, persistente e con una inquietante componente di lungo periodo (all’italiana, in pratica). Tra le previsioni dei due bill di Obama, vi erano la riduzione dei contributi sociali per imprenditori e lavoratori a reddito medio-basso, lo sviluppo di un piano di ammodernamento infrastrutturale e di opere pubbliche (anche attraverso la creazione di una banca specializzata, a capitale misto, pubblico e privato), l’erogazione di somme per proteggere l’occupazione di insegnanti, poliziotti e vigili del fuoco che la recessione aveva espulso dal lavoro statale, ed anche la possibilità di sviluppare il crowdfunding per le PMI.

Di fatto, solo quest’ultima previsione è diventata legge, circa un anno dopo, dei sette disegni di legge in cui i due originari bills furono spacchettati, nel tentativo di agevolarne l’approvazione, superando il fuoco di sbarramento dei Repubblicani e le perplessità di parte dei Democratici. Quindi, per amor di sintesi, l’American Jobs Act non vide mai la luce. Ciò premesso, come abbia potuto una legislazione inesistente “portare la disoccupazione al 7%” (mirabile esempio di “correlazione causale” e di pensiero magico Made in Italy), è un mistero che Renzi dovrebbe spiegarci. Ma non glielo chiederemo, perché rischieremmo di essere definiti gufi, rosiconi, milionari e odiatori di professione. A dirla tutta, dovrebbero essere i giornalisti a chiederlo a Renzi ma non si può avere tutto, dalla vita.

Per ora, ci facciamo bastare la definizione domestica di Jobs Act (il combinato del dl Lavoro sul tempo determinato, ed il futuribile ddl delega sul riordino di forme contrattuali ed ammortizzatori sociali). Ci azzeccasse qualcosa, anche di remoto, con una legge americana mai nata! Sono le gioie della vita in provincia, dove il fact checking non ha diritto di cittadinanza. Forse perché troppo americano, chissà.

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