Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Deflazione creatrice

in Economia & Mercato/Italia

Quanto accaduto sabato scorso a Milano, al Wired Next Festival 2014, è opportunità per qualche riflessione in ordine sparso, al confine tra tecnologia, mercato e crisi economica.

Lo stato d’animo dei tassisti milanesi è comprensibile (che non significa giustificabile, soprattutto rispetto ai modi da essi utilizzati). Essi possiedono un importante attivo patrimoniale, la loro licenza, che sta venendo svalutata in uno stillicidio che rischia di diventare valanga. Sarebbe tuttavia opportuno ed auspicabile che ci si sforzasse di comprendere le forze alla base di tale svalutazione, e valutare se ed in che modo le stesse sono reversibili (spoiler: non lo sono).

Ultimo oggetto del contendere (in ordine puramente cronologico) è il lancio del servizio Uber Pop a Milano. Con esso, la società californiana persegue in modo del tutto razionale e coerente il proprio disegno di segmentazione e sviluppo del mercato. Uber Pop viene definitoun servizio di ride sharing e di economia collaborativa, dove l’individuo mette in condivisione il proprio bene (in questo caso l’auto) con chi ha l’esigenza di spostarsi nella città”. In sostanza, se siete proprietari di un’auto non più vecchia di otto anni, avete la patente da almeno tre e superate i colloqui “attitudinali” di Uber (oltre a non avere carichi penali e/o sospensioni recenti della patente), potete aderire al servizio, che viene tariffato a tempo (0,49 centesimi/minuto, con base di 2,50 euro e minimo di corsa a 5,50 euro). 

Detto in altri e più prosaici termini: se avete bisogno di soldi, magari perché avete perso il lavoro o non riuscire a trovarne uno, questa può essere una “soluzione” che fa al caso vostro. Dove si osserva che l’interazione tra nuove tecnologie (l’app di prenotazione del servizio) e la crisi economica tende a produrre una sinergia, a livello di massa critica di offerta del servizio. Ovviamente i tassisti sono imbufaliti, perché questo sviluppo è un vero e proprio “libera tutti” che rischia di dare il colpo di grazia al loro reddito. E quindi invocano la legge che assegna loro la “riserva” della mobilità urbana su veicoli privati ma assoggettati al concetto di “servizio pubblico”, concetto peraltro in continua evoluzione e dai confini sempre più fluidi. Nel caso italiano parliamo di una legge del 1992, un’era geologica addietro, che fissava i paletti tra taxi e noleggio con conducente.

Se arriva il colpo di grazia al reddito dei tassisti, anche il valore del loro asset patrimoniale crolla. L’innovazione tecnologica è per definizione “liquida” ed assai difficilmente sanzionabile: voi credete davvero siano possibili “posti di blocco” stradali per verificare se auto private e prive di contrassegni, con a bordo almeno un passeggero, siano parte del servizio Uber o equivalente? Difficile, vero? O forse credete (come sembrano credere i tassisti) che sia possibile “oscurare” un’app sugli smartphone italiani? Né le reazioni di protesta che stanno prendendo corpo in queste ore sembrano molto razionali, visto che si risolvono in una ulteriore restrizione dell’offerta (in aggiunta alla restrizione legale indotta dalla riserva a favore dei taxi) che porta ad uno ed un solo esito: l’accelerazione della caduta del reddito dei tassisti, ed il conseguente danno al valore patrimoniale della loro licenza, oltre ad accelerarne la disintermediazione da parte dei servizi con app. Certo, si potrebbe sempre fare evolvere la protesta verso la criticità di ordine pubblico ma difficilmente questa sarebbe una strategia pagante, nel medio-lungo termine.

Ma immaginiamo pure che sia possibile, con un colpo di bacchetta magica, fare sparire Uber e tutte le società ad essa simili, e far restare i tassisti unici padroni del campo. Ciò risolleverebbe il loro reddito ed il valore del loro asset patrimoniale? Viste le condizioni economiche generali del paese e lo sviluppo del reddito nazionale, è lecito dubitarne. Quindi, che accadrebbe? Che i tassisti chiederebbero (magari ottenendolo) un aumento delle tariffe, ma questo finirebbe col distruggere ulteriore domanda ed indurre lo sviluppo di modalità di trasporto condiviso “sotterranee”. E’ la realtà che, come al solito, bussa alla porta. E non esiste richiamo ad alcun testo di legge superato dall’evoluzione dei tempi che possa riportare indietro le lancette dell’orologio.

La tecnologia (ed in parte anche la crisi, come detto) lavora per disintermediare il quadro normativo esistente, mettendo pressione al ribasso sul costo dello spostamento urbano, o meglio accentuando tale pressione. Dalla distruzione creatrice alla deflazione da innovazione il passo è brevissimo.

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