Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Pubblica amministrazione, se si premia la mancata assenza

in Contributi esterni/Discussioni/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

finalmente dopo 7 anni di blocco, il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro dei dipendenti pubblici fanno un deciso passo in avanti, grazie all’accordo stipulato il 30 novembre tra Governo e sindacati (col referendum che ha tirato la volata da par suo).

Ottima notizia. E non sottilizzi, caro Titolare, sulla circostanza che, comunque, tanta solerzia e velocità sia stata indotta dalla tanto vituperata e cattiva Corte costituzionale: non si deve dimenticare che è stato per la sentenza 178/2015 che il Governo è stato obbligato a riattivare la contrattazione collettiva. Ci sarebbe, allora, semmai da osservare che l’accordo arriva con un bel po’ di ritardo, visto che la sentenza della Consulta è del 23 luglio 2015 (tanto per confermare quanto siano “veloci” le istituzioni, sindacati compresi, rispetto al lentissimo Parlamento bicamerale…).

Ma, andiamo un attimo al merito. No, non gli 85 euro medi di aumento, che comunque i dipendenti pubblici vedranno non prima del 2018, come si conviene ad ogni debitore che firma cambiali o assegni posdatati.
No. L’elemento più rimarchevole dell’accordo è l’impegno ad incentivare i dipendenti pubblici. “Che ci sarà di male?”, si starà chiedendo, stimato Titolare. Nulla: l’incentivazione è sempre ben accolta e doverosa, se utile all’incremento della produttività. Ecco, questo è il punto. In realtà l’incentivo dovrebbe essere in funzione di un incremento di produttività, cioè di un maggior valore come esito del lavoro.

E allora? Ecco la sorpresa dell’accordo: l’incentivazione sarà collegata alla “presenza in servizio”. Geniale, no? E noi, caro Titolare, che eravamo convinti che la presenza in servizio fosse proprio il minimo posto a giustificare la percezione stessa degli stipendi. Evidentemente, sbagliavamo: la presenza in servizio, pur doverosa, va “incentivata”.

Dunque, meno ferie per tutti. Anche se ci sarebbe quella leggiucola, il d.lgs 66/2003 che punisce come reato la mancata fruizione delle ferie. Vabbè, non conta: induciamo lo stesso i dipendenti a fare meno ferie, poi se qualche giudice accerterà il reato, la colpa sarà ovviamente di quel giudice. Ma sì, siccome ci vogliamo rovinare, anche meno malattie per tutti. Che i dipendenti facciano da “untori” e si presentino in servizio a spandere bacilli e virus. E, poi, meno permessi per matrimoni, via! Ah, già, con dipendenti pubblici quasi tutti oltre i 45 anni di matrimoni ve ne saranno ben pochi. Allora, facciamo così: meno pensionamenti. Come dice, Titolare? Ci hanno già pensato? Vero, anzi Fornero.

Fa, comunque, davvero sensazione che si pensi di incentivare la presenza in servizio, cosa dovuta e stradovuta e già pagata con lo stipendio, senza dare bada a ciò che si produce durante quella presenza. Ancor più strano che possa pensare ad un incentivo simile quello stesso Governo che urla e strepita per la sentenza della Corte costituzionale 251/2016, che avrebbe “salvato” i furbetti del cartellino (cosa falsa).

Ma che da sempre i governi sulla presenza in servizio abbiano le idee poco chiare, egregio Titolare, non è una novità. Pensi che in Italia è stata vigente per qualche tempo l’articolo 71, comma 5, del d.l. 112/2008, che conteneva questa norma (poi abolita in un sussulto di dignità): “Le assenze dal servizio dei dipendenti di cui al comma 1 non sono equiparate alla presenza in servizio ai fini della distribuzione delle somme dei fondi per la contrattazione integrativa”. Unico caso nella normativa mondiale, nel quale una legge affermava che l’assenza non equivale a presenza, roba che nemmeno Max Catalano avrebbe mai pensato di dire nei suoi interventi comici.

Non c’è, allora, da stupirsi, esimio Titolare, che se l’assenza non equivale a presenza, allora la presenza debba essere incentivata, in attesa che qualcuno incentivi questo Paese a trovare un minimo di logica e razionalità.

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