Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Province, cronaca di un disastro annunciato

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di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

qualcuno sulle province ha sbagliato, ma crede che sarà chiamato a pagare? Apprendiamo dai giornali che è pronto per il 2017 un fondo di 900 milioni per “sterilizzare” il terzo dei tre miliardi di prelievo forzoso imposto alle province dalla legge finanziaria del 2015 (legge 190/2014). Chiariamo di cosa stiamo parlando. La riforma Delrio, legge 56/2014, ha previsto un ampio svuotamento di funzioni e competenze delle province, per altro sotto la condizione certamente incostituzionale dell’attesa della riforma della parte II del Titolo V della Costituzione, mai venuta in essere a seguito del referendum del 4 dicembre 2016.

La legge Delrio, inefficace, confusa, raffazzonata, aveva comunque previsto una cosa logica: le funzioni sottratte alle province si sarebbero dovute attribuire ad altri enti (regioni, comuni, unioni di comuni, ma non era scartata l’ipotesi di una restituzione alle province stesse). Per questo conteneva una clausola perfettamente comprensibile: agli enti subentranti sarebbero state assegnate per intero anche le risorse finanziarie, patrimoniali e di personale necessarie per lo svolgimento di quelle funzioni.

Ci si accorse, però, che in questo modo non si sarebbe potuto andare sui giornali e nelle televisioni a vantare un “taglio” alla spesa pubblica. Dunque, con la legge 190/2014 si decise che per finanziare le funzioni considerate “non fondamentali” delle province, ci avrebbero dovuto pensare con proprie risorse gli enti subentranti. Intanto, alle province si impose ciò che viene sempre raccontato come “taglio”, ma che tale non è per nulla. Si tratta, infatti, di un prelievo “forzoso” dai loro bilanci: le province sono state costrette a versare al bilancio dello Stato nel 2015 un miliardo, nel 2016 due miliardi e nel 2017 tre miliardi, provenienti da entrate tributarie provinciali, prevalentemente l’imposta provinciale sull’assicurazione RC auto.

La conseguenza? Le province sono state ridotte tutte sull’orlo del dissesto e da tre anni leggi speciali consentono loro di approvare bilanci solo annuali e non triennali; i servizi ai cittadini sono stati letteralmente conculcati; ma, di “taglio” alla spesa pubblica e simmetrica riduzione delle tasse non si è vista traccia, perché i soldi che le province sono state obbligate a versare al bilancio dello Stato li ha spesi lo Stato per i propri fini, trasformando le province in una sorta di ente-gabelliere.

Tuttavia, i conti ovviamente non potevano tornare, come ha spiegato la Corte dei conti, Sezione delle Autonomie. Infatti, sia nel 2015, sia nel 2016, una serie di “manovrine” finanziarie, come la rinegoziazione di mutui, svendite immobiliari, cancellazione delle conseguenze per violazione del patto di stabilità, assegnazione di finanziamenti straordinari ed una tantum, lo Stato ha cercato di tamponare la devastazione ai bilanci provinciali.

Nel frattempo, la Corte costituzionale con la sentenza 205/2016 ha sancito che il prelievo forzoso imposto dalla legge 190/2014 alle province è costituzionalmente legittimo solo se quelle risorse si considerino vincolate all’assegnazione agli enti subentrati nella gestione delle funzioni. Ma, lo Stato, fino ad oggi, si è guardato bene dal rimettere in ciclo i versamenti che hanno fatto le province al proprio bilancio.

Il no al referendum costituzionale ha completato il patatrac: poiché le province restano enti locali ad autonomia costituzionalmente garantita e con pari dignità istituzionale con Stato, regioni, comuni e città metropolitane, anche per loro debbono applicarsi i principi enunciati dall’articolo 119 della Costituzione: esso impone che i bilanci degli enti territoriali consentano di finanziare integralmente le funzioni gestite. Ergo, leggi ordinarie che creino buchi di bilancio, esattamente come quelle scatenate dalla legge 190/2014, si pongono in contrasto con la Costituzione.

La sentenza della Consulta 205/2016, citata prima, è probabilmente solo la prima avvisaglia di quanto avverrà, qualora il contenzioso davanti alla Corte costituzionale si propaghi, investendo anche la stessa legittimità costituzionale della riforma Delrio. Nel frattempo, come rilevato prima, il Governo vuol correre parzialmente ai ripari e, secondo quanto riferito da Il Sole 24 Ore del 10 gennaio 2017 ripristina un finanziamento a province e città metropolitane di 900 milioni, di natura strutturale e, quindi continuativo.

Allora, caro Titolare, evidentemente qualcuno ha sbagliato. Sia nell’impostazione della riforma, che ha inteso anticipare gli effetti di una riforma costituzionale mai entrata in vigore; sia, soprattutto, nel fare i conti, creando problemi finanziari infiniti ed incidendo negativamente, alla fine, non sugli enti province, ma sui cittadini che da questi enti ricevono servizi.

Come dice, Titolare? Ha la sensazione che chi ha commesso questi clamorosi errori tuttavia non pagherà dazio e, anzi, attualmente stia ancora a sedere sugli scranni del Governo? Ma sa, caro Titolare, che anche questi pixel hanno la stessa sensazione?

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