Andrà molto peggio, prima di andare meglio

La fossa di sistema

in Economia & Mercato/Italia

Sui quotidiani oggi trovate, tre le altre cose, la notizia dei conti trimestrali di Generali. O meglio, non esattamente la notizia dei conti trimestrali bensì quella dei grandi propositi del Leone triestino. Ad esempio, che la compagnia punta entro il 2020 a fantasmagorici obiettivi di redditività e masse gestite nell’asset management, per crescita interna. Nelle pieghe del bilancio, c’è però anche una notiziola spicciola, di quelle che di solito è meglio tenere nelle retrovie.

La notizia è che sulla trimestrale, che presenta un risultato di periodo a 535 milioni, in calo del 9% sul primo trimestre 2016, pesano tra le altre cose 42 milioni di svalutazioni del bond Alitalia dal nome beffardo, “Dolce vita”, collocato da Morgan Stanley nel 2015, scadenza 2020, cedola 5,25% ma privo di rating, di cui Generali possiede 300 milioni su 375, la cui quotazione, nei giorni scorsi, dopo l’annuncio dell’entrata del vettore in amministrazione straordinaria si è sbriciolata.

Non abbiamo modo di valutare se il rischio emittente fosse correttamente prezzato, al momento dell’emissione. Partiremmo dal presupposto che gli analisti di Generali abbiano fatto i compiti a casa e risposto affermativamente. Siamo sempre troppo ottimisti e/o naïf, lo sappiamo. Perché Generali ha sottoscritto quel bond? Immaginiamo per fiducia nella capacità di turnaround del management emiratino di Alitalia, oltre che per esigenza di mettersi in portafoglio dei bond ad alto rendimento in un periodo di tassi prossimi allo zero. Shit happens. Sarebbe parimenti interessante sapere a quanto viene valutato il bond dopo questo impairment, comunque. Di certo ipotizziamo che Generali non sia entrata nell’operazione per “dare una mano” patriottica ad Alitalia. Giusto?

Peggio, molto peggio, è andata ai due grandi azionisti-finanziatori di Alitalia, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Ma anche alla disgraziata MPS. Come segnalava Fabio Pavesi giorni addietro sul Sole,

«Il neo commissario Luigi Gubitosi vuole, come prima mossa, chiudere i contratti derivati sul carburante e stima di recuperare sui bilanci della compagnia 128 milioni di euro. Se lui li recupera qualcuno perderà l’importo corrispettivo. Le minusvalenze di Alitalia sono infatti le plusvalenza delle banche che hanno venduto le polizze di copertura. E quel qualcuno coincide proprio con le tre banche azioniste. Negli anni infatti sia Intesa (con Banca Imi) sia UniCredit che Mps hanno venduto derivati sul Jet fuel ad Alitalia. Se il prezzo saliva sopra i 68 dollari erano le banche a coprire i costi ulteriori, se invece come è accaduto, il carburante è sceso ben sotto quella soglia era Alitalia a registrare minusvalenze e le banche a guadagnarci. Ora se Gubitosi intende rescindere anzitempo i contratti spetterebbe a lui liquidare i 128 milioni di guadagno alle banche azioniste. Ma con Alitalia in amministrazione straordinaria quel pagamento non avverrà. Quei soldi che spetterebbero alle banche finiranno nel gran calderone dei crediti da riscuotere. Chissà quando però»

Questo è un esempio da manuale del perché servirebbe che le banche non fossero anche azioniste di imprese. Oltre ad essersi incenerita la quota azionaria, ora si troveranno creditori chirografari (cioè del nulla) su contratti derivati a copertura del costo del carburante. Per non parlare delle linee di credito ordinarie, ovviamente. Unicredit è oggi azionista al 32% di Midco (che controlla al 51% Alitalia-S.A.I.), dopo aver accumulato perdite per 500 milioni sul vettore; Intesa lo è al 31%. Seguono Banca Popolare di Sondrio (!) al 12% e MPS al 3%. Atlantia, che è il primo socio industriale di Alitalia, e controlla al 96% Aeroporti di Roma, è al 7%.

Questi sono i risultati, quando banche che nulla c’entrano con la gestione industriale, danno vita ad interventi di “salvataggio” di un “campione nazionale” (ma de che?) sotto l’attenta regia della politica, tra conflitti d’interesse ed attese di “ricompense” nei settori di operatività, che nulla c’entrano con Alitalia, a parte Atlantia. Su Generali sospendiamo il giudizio per mancanza di sufficienti elementi. Che la gestione Etihad si sia rivelata un caso di rara incompetenza manageriale (fors’anche a causa di vincoli di contesto) rileva ma non troppo: quando le banche devono accorrere a salvare imprese in pre-decozione, la presenza di mirabolanti piani di rilancio non dovrebbe rilevare, perché sempre gioco d’azzardo è.

Ricordate che, prima del no dei lavoratori al piano di rilancio, è venuto quello di Mustier, che ha deciso di smettere di sanguinare, perché prima vengono gli azionisti della sua banca, poi le cordate attorno al collo e quella maledizione chiamata italianità, orchestrata da piccoli e grandi faccendieri prestati alla politica. Ciliegina sulla torta avvelenata è ascoltare oggi alcuni imbecilli che invocano nei giorni pari la “separazione” tra banca d’affari e banca commerciale, ed in quelli dispari la creazione di una “banca di stato” per finanziare gli investimenti, meglio se in aziende fallite ma col tricolore che sventola. Tanto alla fine possiamo stampare i soldi del Monopoli o inventarci stronzate come i certificati di credito fiscale, no?

Alitalia è un caso di specie di “operazione di sistema” che intossica il sistema medesimo e contribuisce, assieme a numerosi altri, a scavargli la fossa. Un altro degli elementi di cui in futuro parleranno gli antropologi prima che gli economisti e gli storici, per descrivere l’autoaffondamento del sistema Italia.

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