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La cura Draghi per il dissesto di Napoli

Ricordate la piattaforma programmatica con cui il professor Gaetano Manfredi è diventato sindaco di Napoli, suscitando entusiasmo nel presidente del M5S e nel segretario del Pd per il Nuevo Frente Amplio immaginario che muoveva i primi passi da una delle città simbolo di questo dissestato paese? Quella piattaforma aveva due punti sostanziali: la riproduzione del modello Roma, cioè l’accollo del debito di Napoli ai contribuenti italiani, e un programma di assunzioni di personale amministrativo per “mettere a terra” il PNRR nei prossimi anni, come si dice con orribile espressione. Per garantire il tutto, Manfredi prometteva dimissioni in caso di “inadempimenti” del governo nazionale. Ora pare essere arrivata una prima risposta.

Ne scrive oggi sul Foglio Valerio Valentini. L’aiuto ci sarà ma con vincoli e condizionalità. Sì, quei grossi massi sulla via della felicità, soprattutto nel nostro paese. Niente Salva-Roma a Napoli, quindi, almeno non nella versione auspicata da Manfredi e rafforzata dal tentativo della senatrice napoletana del Pd, Valeria Valente.

Diversamente vincolati

La quale, di concerto con la giunta, aveva inserito nella legge di bilancio 2022 un emendamento che impegna il Mef ad accollarsi integralmente mutui e prestiti obbligazionari “dei comuni capoluogo delle città metropolitane che abbiano già deliberato il ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale”.

Troppa grazia, San Gennaro. Come dite? Anche qui c’era una condizione e un vincolo? Avete ragione, il vincolo di impegnarsi a un riequilibrio finanziario pluriennale. Una vera tortura medievale, signora mia. Quello che a Milano si chiama giurin giuretta.

Come che sia, il governo Draghi ha deciso altrimenti. La giunta Manfredi avrà 100-150 milioni per i prossimi tre anni, scrive Valentini, a patto di compiere alcune azioni. Tra cui dismettere o accorpare alcune partecipate, aumentare la riscossione dei tributi nazionali, che è fortemente sotto la media nazionale. Forse per mancanza di personale, forse perché ci sono “specificità” territoriali di cui tener conto, chi può dirlo. Previsto immancabile aumento di addizionali locali. Da ultimo, si richiede un “piano di dismissione del patrimonio pubblico non valorizzato”.

Quest’ultimo punto lascia perplesso il Pd, scrive Valentini. Lo comprendo: ci sarà chi dirà che bisogna lottare contro le “svendite” e il turboliberismo, anche se spesso oggetto della pietosa classificazione sono proprietà pubbliche che cadono a pezzi e rappresentano pericoli per la pubblica incolumità. La sinistra riparta dagli elmetti di cantiere.

Una cornice per le città metropolitane

Questi “vincoli esterni” pare rappresenteranno la cornice per una legge di portata nazionale relativa ai dissesti almeno delle città metropolitane. Tra i primi e maggiori candidati, Palermo e Torino. Serve comunque cautela negli aiuti centrali, visto il precedente degli aiuti a Reggio Calabria, contestati dalla Corte dei conti e giudicati definitivamente illegittimi dalla Consulta nel 2020, all’epoca presieduta da Marta Cartabia.

Non so se questa proposta basterà al sindaco Manfredi per non tirare fuori dal cassetto la lettera di dimissioni. Confesso che, quanto alle municipalizzate da chiudere e razionalizzare, magari per evitare che abbiano solo il cda composto da trombati alle elezioni o dipendenti che di fatto sono percettori di una tipologia alternativa di reddito di cittadinanza, mantengo riserve sul successo dell’iniziativa, dati i numerosi tentativi precedenti, in altri contesti.

Ma guardiamo l’aspetto positivo: pensate che sarebbe successo, in questo clima di assalto alla diligenza del PNRR, dove nuovi meravigliosi statisti prendono corpo e forma coi soldi dei contribuenti europei e delle prossime sciagurate generazioni di italiani, se a Palazzo Chigi non ci fosse stato Mario Draghi. Ho scritto “aspetto positivo”? Rimedio subito. Pensate a cosa accadrà quando a Palazzo Chigi non ci sarà più Draghi.

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